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Bambini Abarth

a cura di Paolo B.
E’ uno splendido sabato pomeriggio di sole che dà il benvenuto alla primavera. Decido di invitare mio nipote Alberto a trascorrere un paio d’ore in riva all’Oglio con canne, ami e e filo: entrambi adoriamo pescare, preferibilmente in silenzio. Ci diciamo più cose senza parlarci rispetto a quando ci imbottiamo di parole sui suoi amici, sulla scuola o sull’ultimo goal (in fuorigioco oppure no?) del Milan.
Telefono. Risponde mia sorella, mi dice che Alberto non c’é, è al campo sportivo per una partita di calcio. E’ da un po’ di tempo che non bazzico più lo stadio comunale e così mi viene voglia di andare a vedere mio nipote che zompetta sulla fascia destra.

La gara é già iniziata, categoria “esordienti” (se non sbaglio), pubblico presente attorno alle 30 o 40 persone, forse più. Sono in prevalenza mamme e papà che paiono assatanati: urlano e strepitano quasi fossimo ad una finale olimpica. Divorerebbero l’allenatore in un sol boccone, soprattutto quando si permette di tenere il loro figliuolo in panchina al posto di “quell’altro incapace che gioca a centrocampo” (testuale). Azzopperebbero gli avversari con tackle poderosi, se non fossero lì sulle gradinate; c’è persino chi incita il figlio a farsi giustizia e sbraita un perentorio: “Buttalo giù, quel pezzo di m….!”. I giocatori in campo s’adeguano, s’atteggiano, s’incattiviscono, “fanno come i grandi”. E iI calcio non è già più un gioco.
Comincio a rimpiangere il mio pomeriggio a pesca in riva al fiume e provo un po’ di pena per questi adulti e, soprattutto, per i loro bambini. La stessa sensazione mi pervade ogni qualvolta accendo la tv e m’imbatto in programmi come “Io canto” di Gerry Scotti. A mio avviso sono trasmissioni che dovrebbero rimanere negli annali della storia della televisione come le peggiori dal punto di vista pedagogico. I protagonisti sono bambini che vengono vestiti e fatti esibire come bonsai di adulti: devono cantare, suonare, mostrare il loro presunto talento in erba nel modo più serio e professionale possibile. Gli ascolti salgono alle stelle, gli introiti pubblicitari crescono e i genitori, che assistono estasiati alle performance dei loro piccoli, ringraziano.

Come in un’enorme corte medioevale, con bimbi al posto dei nani, il pubblico adulto si sollazza con i minicampioni della trasmissione. Lo spettacolo appare deprimente, tuttavia tra i milioni di spettatori abituali vi sono certo genitori che invidiano il papà e le mamme di quelle “piccole star”, genitori che vorrebbero sedere sulle poltrone dello studio televisivo a tifare per il proprio figlio accarezzato dalle parole d’incitamento di Gerry Scotti.
Un mio amico insegnante mi racconta che anche nelle scuole sovente assistiamo ad un copione analogo. Al termine della terza media infatti non pochi genitori spingono i figli ad esibirsi su palcoscenici scolastici del tutto inadatti. Ci sono sempre più padri e madri che non vogliono sentir parlare di figli che aspirano a diventare cuochi, idraulici o falegnami e che per questo costringono i loro pargoli ad un ingresso forzato (o pilotato) al liceo. L’iscrizione al “Marzoli” di Palazzolo o al “Calini” di Brescia è divenuta una sorta di titolo nobiliare da sfoggiare con amici e conoscenti. “Mio figlio frequenta il liceo scientifico”: vittoria! Almeno fino alla seconda bocciatura (la prima è sempre colpa dei professori)…

Un campionario sportivo, artistico e scolastico in cui i protagonisti – anzi, le vittime – sono quelli che lo psichiatra Paolo Crepet chiama i “Bambini Abarth”, ovvero i figli dell’ambizione più sfrenata. Scrive Crepet nel suo libro “Non siamo capaci di ascoltarli”: “Ricordate le utilitarie di moda negli anni Sessanta e Settanta? All’esterno erano delle normali Fiat Cinquecento o Seicento, eppure sotto il cofano covavano motori truccati, esagerati e roboanti per far colpo (…). Avevano un solo difetto: duravano molto poco”.

Tante fragilità di bambini e ragazzi di oggi trovano forse causa o concausa nell’incapacità di adulti e società di rispettarne i tempi di maturazione, di assecondarne i fisiologici ritmi di crescita e di promuoverne esigenze, aspirazioni e tendenze.
Abbiamo davvero così bisogno di “Bambini Abarth”?