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Uova alla diossina: silenzi sui nuovi accertamenti.

di Pietro Gorlani
Quanti sono i bresciani che abitano vicino a grosse acciaierie e che allevando bucolicamente le loro galline domestiche mangiano uova che possono contenere diossina e pcb? A cinque mesi dalla scoperta (fatta dall’Asl di Brescia) di inquinanti cancerogeni nelle uova raccolte in 6 allevamenti domestici collocati vicino a siti industriali, non si sa nulla in più su ulteriori pollai controllati. Né sulle analisi rifatte negli stessi pollai «fuorilegge» scoperti lo scorso gennaio. Nulla è stato comunicato ai sindaci dei paesi coinvolti.
Nessuna risposta arriva dall’Asl, nonostante le ripetute richieste di informazione inoltrate.
La scoperta delle uova alla diossina è stata resa pubblica solo il 15 febbraio scorso da Bresciaoggi, venuta in possesso di un documento dell’Asl contente i risultati delle analisi fatte (nell’ottobre scorso) sui campioni di uova raccolta in allevamenti domestici a Castegnato, Montirone, Ospitaletto, Casto, Sarezzo e Brescia. Allevamenti che si trovano nelle strette vicinanze di siti industriali o grandi arterie di traffico. Particolare non da poco, voluto dalla stessa direzione regionale Sanità (che ha imposto quei controlli).

Nel pollaio di Mario Gottardi a Castegnato (trecento metri dalla fonderia Montini) le uova contenevano diossina 5 volte i limiti di legge (limite che è di 6 picogrammi per grammo di grasso). A Montirone, nella cascina Tinti, all’ombra della profilati Nave, le uova raggiungevano i 18 picogrammi di diossina; in quelle di Gianfranco Lombardi di Ospitaletto (vicino alla Isa ma anche all’autostrada) si sono riscontrati 14,4 picogrammi, che scendevano a 14 nelle uova delle galline di Elio Pelizzari a Sarezzo (dove si trovano le Acciaierie Venete). Inquinate anche le uova di Giuseppe Bolgioni, il cui pollaietto è in via Manestro a Brescia (vicino alla Ori Martin). I sindaci dei comuni coinvolti vengono a sapere della notizia leggendo Bresciaoggi e quelli di Ospitaletto e Castegnato emettono ordinanze di divieto assoluto di consumo di uova e polli domestici. L’Asl calma gli animi dicendo che – stando ai quantitativi riscontrati – non sussiste alcun rischio per la popolazione.
Per l’Asl le cause principali di quell’inquinamento sono da far risalire a scorrette pratiche agronomiche. Ovvero: piccoli roghi di sacchi di plastica e legno verniciato sui terreni dove razzolano le galline, oppure la dispersione di oli, plastiche, polistirolo e altri inquinanti sul terreno. Ingerito dalle galline e finito nella parte grassa delle uova (soprattutto il tuorlo). Questa volta ad andare su tutte le furie sono i sindacati agricoli (Coldiretti e Upa) che si sentono irrisi nel veder accusati i loro associati anziché industrie e traffico.
Verso fine febbraio è invece iniziato il piano d’azione seguito dal dipartimento di veterinaria dell’Asl: dare indicazioni agli allevatori sulle corrette pratiche di allevamento.

Dopo due mesi si sarebbero dovuti rifare i controlli, eventualmente anche sulle persone, come sostenuto all’epoca dei fatti dallo stesso direttore sanitario dell’Asl di Brescia Francesco Vassallo: «Si prenderà in considerazione la possibilità di sottoporre le persone a prelievo di sangue solo nel caso in cui, dopo il periodo di 60 giorni e dopo una corretta e continuativa gestione del pollaio in tale periodo, le uova dovessero risultare ancora contaminate oltre i limiti».
Vero è che le analisi per rintracciare diossina e pcb sono lunghe e costose. Ma resta il fatto che al momento non si sono fatte analisi su altri pollai.