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Pane e scuola, ritorna Under12

Per motivi di lavoro alcuni mesi fa ho pranzato nella mensa scolastica di una scuola elementare della Franciacorta. E’ stata un’esperienza istruttiva e vorrei condividere con i pazienti lettori di questa rubrica alcune riflessioni.

Quando negli anni ’70 frequentavo le scuole dell’obbligo, la mensa scolastica non esisteva, tutti rientravamo a casa per il pranzo dove ad accoglierci c’era il sorriso di mamma o di nonna che si accompagnava ad un buon piatto di pasta “rossa” o “bianca”, pomodoro o burro, per sei giorni la settimana.
Oggi invece la maggior parte dei bambini consuma il pasto di mezzogiorno con i propri coetanei;
 un’esperienza senza dubbio formativa ma, al tempo stesso, foriera di lamentele, incomprensioni e critiche che vertono prevalentemente su un unico argomento: la qualità dei cibi.

Raramente ho sentito genitori discutere sul luogo dove i bimbi pranzano, sugli arredi, gli spazi, l’assistenza, le regole, quasi che questi aspetti – altrettanto fondamentali – non debbano essere affrontati e condivisi con la scuola. Peccato. Questa minor sensibilità ha fatto passare quasi sotto silenzio la caduta di una parte del soffitto della mensa della scuola media King, avvenuta un paio d’anni fa, di notte fortunatamente, quindi senza danni alle persone.

Della pasta mal cotta, dei piatti freddi, del pesce immangiabile, di questo soprattutto si parla. Si parla di quello che non va: ma cos’è esattamente che non va nelle mense scolastiche?

I genitori hanno esigenze molto diverse tra loro. Molti considerano la mensa una sorta di servizio di ristorazione e, come tale, deputato a soddisfare in pieno il piccolo utente: il bambino deve mangiare tutto e tutto gli deve piacere; ma i gusti sono gusti e le abitudini alimentari molto diverse tra loro. Accontentare tutti sarebbe impossibile, ci vorrebbe un menù ad personam o un continuo ininterrotto di pizza, patatine e gelato.

Una maestra mi riferiva di aver sentito più di una mamma sostenere che “il suo Alessandro” non mangerà mai pasta e broccoli a scuola se non li mangia a casa. A questo punto ci si deve chiedere se la scuola debba avere anche il compito di dare un’educazione alimentare oppure no, se debba insegnare a seguire una dieta equilibrata oppure no, se sia solo un servizio di ristorazione o no.

Quale genitore potrebbe affermare che “il suo Alessandro” non abbia l’obbligo di svolgere una lezione di scienze a scuola perché a casa detesta studiare scienze? Oppure che non debba seguire le lezioni di educazione fisica poiché detesta lo sport? Sarebbe follia. Applichiamo il ragionamento al menù della mensa e la risposta ai quesiti posti sopra non può che essere: sì, la scuola deve insegnare un’educazione alimentare e una dieta sana; non è un ristorante. Si presenti dunque in tavola ogni proposta gastronomica: dalla zuppa di ceci ai carciofi, dal merluzzo alle carote passando per pesto e pasta integrale. Stando a quanto sostengono alcune ricerche, infatti, un piatto nuovo può necessitare sino a dieci ripresentazioni prima di essere accettato (o rifiutato) definitivamente da un bambino. Ci vuole dunque pazienza, capacità di rendere appetibili piatti ostici e convinzione nell’indispensabilità di una corretta dieta.

Un problema reale può essere invece quello dei cibi freddi, troppo cotti o non cotti abbastanza. E’ pressoché inevitabile che accada, da quando le mense interne alle scuole sono purtroppo una specie in via d’estinzione, il cibo viene consegnato precotto e, anche nella migliore delle ipotesi, dopo 10 o 20 km di trasporto non avrà mai profumi, sapori e fragranza dei piatti appena cucinati.

Altra questione riguarda una vera dieta equilibrata: se la piramide alimentare suggerisce almeno 2 o 3 porzioni di frutta al giorno e 3 o 4 di verdura, perché a scuola talvolta la frutta è sostituita dallo yogurt, da macedonie in scatola o dal budino? Quando ciò accade, non si potrebbe offrire frutta fresca e buona a metà mattina in tutte le classi? Si potrebbero avvisare le famiglie in maniera che in quei giorni siano invitate a non fornire ai loro pargoli le merendine confezionate o i sacchetti di patatine.

Frutta e verdura dovrebbero poi far rima con biologico o, almeno, con km zero. Idem per uova, carni e formaggi. La tracciabilità dei cibi ne garantisce uno standard qualitativo elevato e allenerebbe i ragazzi ad un’alimentazione legata anche alla stagionalità dei prodotti.
Capitolo acqua. Si sa che l’acqua dell’acquedotto comunale è più sicura di quella confezionata, dunque perché in talune mense palazzolesi spopolano ancora le bottiglie in plastica?

Infine c’è la vera vergogna di molte mense scolastiche: gli sprechi. Quintali di pasta, pane, carne e frutta gettati ogni giorno. Sì, perché – a quanto mi risulta – per norma legislativa, per “igiene”, nemmeno pane e frutta possono essere riutilizzati.

A tal proposito un’interessante esperienza abita nella vicina Capriolo, dove un’associazione di pochi volontari, in accordo con il Comune (che fornisce i mezzi di trasporto) e le scuole, si fa carico di recuperare una parte del cibo non consumato e di consegnarlo al domicilio di famiglie o individui bisognosi.

Chiudo con una proposta, che sa di utopia. Perché non creare a Palazzolo un’unica cucina per le scuole del paese e di ubicarla nelle scuole medie di via Zanardelli che entro qualche anno dovrebbero essere finalmente ristrutturate?

Sarebbe un investimento condiviso da centinaia di famiglie (a cui potrebbe essere richiesto un contributo ad ogni inizio anno scolastico) e che ci permetterebbe di usare prodotti (frutta, verdura, carni, formaggi, cereali) locali in accordo con aziende agricole del territorio. I piatti verrebbero consegnati in pochi minuti e si ridurrebbero alcuni inconvenienti. Nel periodo estivo tale cucina potrebbe essere messa a disposizione dei Grest in modo che possano offrire anche il servizio mensa ai tanti bambini che ne farebbero richiesta.
Se è vero che siamo ciò che mangiamo, una riscoperta di gusti, equilibri alimentari, tradizioni e stagioni consentirebbe ai ragazzi di frequentare con più piacere la mensa e – probabilmente – di frequentare meno farmacie e pediatri.

a cura di Paolo B.