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Progetto ”tre ville”, ci scrive Francesco Ghidotti: ”Chiamatelo PARCO DELLE TEZE, vi spiego il perchè…"

Rielaborazione grafica dei fogli catastali della fine del XVIII
intorno all’area del castello

Ritorniamo sull’iniziativa “tre ville” lanciata dal blog prima delle vacanze di agosto e che ha raccolto trenta proposte interessanti da parte dei cittadini suscitando notevole interesse.

Il progetto partecipativo, favorevolmente accolto dall’amministrazione nella persona dell’Assessore all’Urbanistica Stefano Raccagni, consiste nel recupero dell’area dei tre parchi ed è un’idea, che QuiPalazzolo ha abbracciato sin da subito con entusiasmo, dell’architetto Enrico Ferrari.
L’architetto Ferrari, nei prossimi giorni sul blog, farà il punto della situazione e illustrerà per sommi capi il progetto.

Di seguito l’interessante contributo di Francesco Ghidotti che propone un nome nuovo per il Parco, nel caso in cui il progetto diventi esecutivo. Buona lettura…
“La mia proposta è di chiamarlo PARCO DELLE TEZE. E spiego il perchè.
Alla fine del Settecento dall’incrocio del Portichetto, verso nord, c’era un agglomerato di case con tre vicoli tutti chiamati delle Teze. Più avanti sulla destra iniziava la strada della Roncaglia. Non esisteva un collegamento colle Calcine. Il tratto scosceso verso la Vetra era sassoso e incolto, chiamato il Russ. Dalle fosse del Castello verso nord c’erano “campi aradori e vidati con moroni”. Erano coltivi con filari di viti appoggiati alla piante di gelso.

Negli anni precedenti il 1830-40 era stata tracciata la strada che dal Portichetto andava verso le Calcine,chiamata strada comunale per San Pancrazio e Adro, che si congiungeva colla strada dell’Ospitale e Russ.

Il nome TEZE, di origine celtica, indicava una tettoia, un fienile, una capanna.
A meglio chiarire le funzioni delle TEZE unisco il mio articolo del 2005 sulla fabbrica del salnitro.

La fabbrica del salnitro

Nella quadra di Riva, nei pressi del castello, c’è una zona che comunemente si chiama “ le teze” compresa fra tre vicoli: Salnitro, Chiuso e Teze.
Nell’odierna Via Zanardelli, già contrada delle Teze, all’incrocio col vicolo Salnitro, secondo le indicazioni del catasto 1810, i numeri di mappa 2229 e 2230 risultano di proprietà della Regia Finanza e sono “ una casa inserviente alla fabbrica del salnitro ed un orto”. Questo grande edificio, recentemente ristrutturato, con la creazione di portici interni, e l’ortaglia coltivata da Mombelli, occupavano il sedime della fossa di Riva, continuazione di quella del castello. Nei pressi scorreva il canale Carvasaglio, che usciva dal Serioletto, le cui acque erano indispensabili alle operazioni di raffinazione del prodotto.
Nel 1486 il comune prende in affitto questa casa e in gennaio e febbraio iniziano i lavori di allestimento, per ordine del capitanato di Brescia, della fabbrica di salnitro .Una squadra di muratori, diretti da tre capomastri, in tre giorni portano a compimento le tettoie e recintano gli spazi in cui dovevano stazionare 200 pecore.
Attraverso la Fusia giungono a Palazzolo, provenienti dal lago d’Iseo, i tini di legno e le caldere. Per la costruzione dei fornelli sono impiegati 20 pesi di calcina, tre carri di sabbia, un migliaio di mattoni, che il comune compra nelle fornaci di Torbiato.
Sotto le tettoie viene depositato uno strato di terra, ricca di calcio e potassio, sul quale pascolano le pecore, i cui escrementi, mescolandosi col terriccio continuamente rivoltato, danno un composto da cui si estrae, con raffinazione, il salnitro.La preparazione dura due anni in capo ai quali, nell’ottobre del 1488, tre carri di polvere nera è spedita a Bergamo per fabbricare la polvere da sparo.
Questo vero e proprio laboratorio chimico, diretto da un mastro salnitraro, continua a funzionare per quattro secoli. Nel 1578 si accerta che “ in questa terra non vi è il coperto fatto, ma vi si lavora e vi si conduce la terra dalle sottoscritte Pontoglio, Cologne, Adro e Capriolo” . Responsabile del funzionamento della fabbrica è mastro Pietro Carlin, che cura anche il bergamasco.
La repubblica veneta, che deteneva il monopolio del salnitro, ne appaltava la produzione ai privati con contratti della durata di sei anni.
Nel 1810 viene effettuata una visita ai 29 tezoni del Bresciano e per quello di Palazzolo si ordina “il riattamento del copertume e di rimettere alcune spranghe al circondario, e di provvedere al manente”. Si ordina al “salnitraro di rompere il pegorino dell’anno scorso e di aggrumarlo come ha fatto con quello di due anni anteriori; quale l’ho ritrovato ben condizionato e spero per la bontà e quantità, sarà fertilissimo di nitro”. Viene anche ordinato di portare 200 carri di terra nuova. Il tezone é fornito di pecore a norma di legge. Il fattore ed i reggenti fecero presente “esservi due rossi di pecore forestiere, che danneggiano i pascoli del tezone”. Si ordina di far sloggiare quelle pecore che non sono addette al tezone ponendole sotto sequestro
Da questa relazione risulta che Francesco Sandonini di Palazzolo, figlio di altro salnitraro, è chiamato ad operare anche nella fabbrica di Iseo. Probabilmente i Sandonini, provenienti da Carpendolo, erano abili ‘mastri del salnitro’.
Con il dominio francese ed austriaco i tezzoni decaddero e solo alcuni furono mantenuti per l’approvvigionamento locale. Furono completamente abbandonati dopo che nel 1847 era stata scoperta la nitrocellulosa.