Festa di Mura, Giove pluvio e l’incontro con Tommaso Cocco

a cura di Gian Bianchetti

Giove pluvio: grazie!
Ultima sera della festa di mura: domenica.
Facciamoci l’ultima passeggiata? Mi chiede mia moglie: il cielo non promette bene, ma la festa di Mura è un appuntamento ormai fisso.
Via; però prendiamo la macchina, non si sa mai.
Passeggiamo per via Britannici e incontriamo amici e conoscenti che girano fra le bancarelle proseguiamo per via Mura.
Pochi passi oltre la porta de Berghem e, uno scroscio d’acqua ci fa cercare rifugio.
Due vetrine e una grande quantità di tele dipinte e la porta aperta: un invito.
Entriamo. Un signore gentile ci saluta e ci invita a sedere.
All’interno un sapore di antico; certo non le rutilanti luci di moderne gallerie ricche, qui però si ha subito la sensazione di “vero” ed è pieno di tele dipinte: figure umane, corpi senza testa, facce nelle facce. Una cascata di fantasia che mi riporta a ricordi scolastici e non, di figure interpretate: forse De Chirico, forse Magritte, forse Ligabue forse….
Una pittura maschia, decisa, colori sicuri, inquadrature ben armonizzate nello spazio, figure forse sognate, ma senz’altro “viste”.
Io non ho cultura tale da poter definire un’opera, ma mi piace farmi coinvolgere nelle opere di chi ha qualcosa da dire e lo dice senza secondi fini, ma libero di bloccare, in questo caso su tela, i propri sogni e le proprie fantasie.
Cito, a tale proposito, una frase di uno dei grandi del teatro moderno, Eugenio Barba.
Durante una conferenza sul teatro, uno spettatore (mostrando un’aria sofferente come dev’essere l’aria di un intellettuale che si rispetti) lo interrogò: “ Maestro, lei che ha sconvolto il modo di fare teatro, mi spiega come ha fatto?”
La risposta serafica del Maestro lapidaria quanto efficace: “Io ho fatto teatro”
Ecco quello che mi ricorda questa frase davanti ai quadri di Tommaso Cocco – questo è il nome del pittore di Mura – l’Arte del fare perché si ha dentro il sogno che vuol uscire: perché c’è qualcosa dentro.
Qualche soloncello locale avrà senz’altro qualche erudito pistolotto da contrapporre a questo modo d’intendere l’arte e la comunicazione, ma questo sento davanti alla forza che mi colpisce, di fronte alla “semplice” voglia di dire qualcosa, magari senza citazioni colte ed elucubrazioni più o meno mentali; magari senza incolpare nessuno per “non essere capito”, ma con profonda semplicità e ricchezza d’anima, voler comunicare le proprie fantasie ei propri sogni: azioni forse un po’ romantiche che fan parte di segni oramai dimenticati.
Grazie a Giove pluvio ho incontrato Tommaso Cocco.