Rate, violenza ed orgoglio: una palazzolese racconta in numeri la sua storia difficile.

La drammatica vicenda di “Francesca” (di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi e sulla quale torneremo ad aggiornarvi) ha suscitato sul portale un interessante dibattito che ha visto coinvolte sopratutto le donne. Donne in difficoltà. Donne senza lavoro perchè non più ventenni, indipendenti perchè non più succubi. Donne che nonostante tutto proseguono e cercano una via dignitosa per vivere. Di seguito la storia difficile che Mara ha voluto condividere con i lettori di QuiPalazzolo.

La redazione 

“La mia storia è fatta di numeri:

Zero
I soldi da cui sono partita e da cui parto sempre ogni volta che tento di ricominciare. I soldi che non ci sono e che assillano ogni minuto della mia vita.

Uno.
Sono figlia unica. Tutti mi invidiano. Dovrei essere viziata e agiata. Non provengo da una famiglia ricca, ma di operai che ora sono pensionati. Hanno una casa, una pensione che gli permette ogni tanto di fare qualche pazzia, ma non hanno altro. Non sono figlia loro, io sono sbagliata per loro.

Due.
Io e il mio ex marito. Io il primo uomo della mia vita, non l’unico ma il primo, che ho sposato a vent’anni per amore, e non per forza. Che ho tentato di rendere mio, ma che non era mio. Che ho tentato di cambiare, ma che non si poteva cambiare. L’uomo che da ragazzo innamorato è diventato il mio carceriere perché la mamma gli aveva detto che se mi avesse permesso di uscire troppo spesso non mi sarei abituata a stare in casa. Eravamo proprio in due… due satelliti diversi, dei quali uno rincorre l’altro guardandosi riflesso nei suoi mari e credendo che anche l’altro sia uguale.

Tre.
I figli che ho avuto. Tre. Tanti, per alcuni. Soprattutto per mio padre che quando rimasi incinta del terzo mi chiese se andavo a “farmi pulire”, cosi disse, proprio “a farmi pulire”. Io il mio terzo me lo sono tenuto, e con orgoglio.

Venticinque.
Venticinque febbraio 2003. La mia uscita di scena. Il mio deporre le armi. La fuga. Quel giorno che pareva uguale a tanti altri non lo è stato. Sono uscita di casa per andare al lavoro e non sono più tornata. Ma più. Ho dovuto arrendermi, ed è stato il giorno più brutto della mia vita. Ho rotto il vaso di cristallo in cui era contenuta la mia famiglia, o meglio l’immagine della mia famiglia. Quella che io avevo desiderato tanto ardentemente e che ora si stava sgretolando sull’onda di una violenza che non mi concedeva di fare altrimenti.

243,66
La rata della prima finanziaria. Sola con tre bambini senza alimenti ho cominciato a fare prestiti. Questo fu il primo. Assorbiva gran parte del mio stipendio di allora, già decurtato dell’affitto. A tutt’oggi la sto pagando, almeno fin al 2015. Quei soldi mi hanno permesso di comprare libri e di mandare avanti i miei figli, i nostri solo davanti al giudice. Ogni mese, tutti i mesi.

207,56
Non ci sto più dentro. Chiedo aiuto. Nessuno risponde. Una volta all’anno il buono affitto. Elemosina che accetto soffocando il mio orgoglio per amore dei miei figli. Chiedo un aiuto per un lavoro. La legge non consente questo tipo di attività da parte degli assistenti sociali. Madre single, tre figli, inverni pieni di neve su di un motorino per raggiungere Adro, il mio part-time, che ora non ho più per colpa del mio “parlare”.
Non ho paura di parlare, di dire pane al pane, ma quando si lavora, anche dopo otto anni di servizio integerrimo, non conta niente. Parlare per avvisare, parlare per migliorare tagliano le gambe. Ora capisco che forse il silenzio è d’oro, e gli imbecilli lo fanno per interesse. Parlare mi ha portato a perderlo.
Altro prestito, altre rate che si accumulano. Altro giro.

75,00
Ho una carta di credito, finalmente. La spesa è necessaria. Uno dei tre ha bisogno di cure più degli altri. Non posso non vederlo, almeno io. Ho sforato. Altra rata.

151,50
2006. Ho trovato un nuovo lavoro. Un altro part-time. A Mornico al Serio. Non riesco più a andare avanti e indietro con un motorino. Ora ho bisogno di una macchina. Costa ma devo farlo. Altra rata. Ma c’è la posso fare lo stipendio in più mi da una boccata d’aria.

150,00
Non è vero che la giustizia tutela i deboli e quelli che sono nella ragione.
Purtroppo non riesco a non scrivere, leggere, nonostante la mia dislessia. E’ l’unico modo che ho per evadere da una realtà troppo stretta, è la mia “droga buona”. Ho pubblicato su di un sito una poesia. Una mia poesia che scrissi per gioco.
La ritrovai in un libro di un famoso scrittore noir, ex brigatista, ex ergastolano graziato, ma ormai ripulito e molto in vista. Lo contattai per chiedere chiarimenti. Non arrivai a nulla.
Visto il muro contro muro, mi rivolsi ad un avvocato. E li cominciò il mio calvario. Per una poesia mia, persi un pozzo di soldi. Il giudice si riconobbe che la poesia era mia, ma non ero io che potevo procedere contro l’autore del libro ma il proprietario del sito dove l’avevo postata. Tutto questo quando nel sito era chiaramente indicato che la proprietà intellettuale rimaneva dell’autore delle liriche o delle prose.
Ma non avevo soldi per andare avanti e il mio avvocato mi lasciò a piedi e con un conto di svariati mila euro che sto ancora pagando.

700,00
L’affitto che sto pagando. Ho dovuto allontanarmi da una casa fatiscente e troppo cara, ma nessuno regala le case, cosi ho presto questa dove abito da un anno.
Purtroppo nel frattempo ho perso l’altro lavoro, quello di Adro.

Due
E alla fine della storia ci troviamo ancora soli. Io e il più piccolo dei miei figli. Io con il mio part-time e lui con il suo piccolo stipendio da apprendista e le voglie di un ragazzo della sua età. Una macchina in due, la sua voglia di crearsi una vita da solo come hanno fatto i suoi fratelli che cozza però contro il suo amore per me e le mie avversità. Se lui se ne andasse non avrei soldi per pagare più nulla.
Il primo dei miei figli non mi parla da quasi tre anni. Motivo: Sono una mamma sbagliata. Non ho saputo tenere duro e portare avanti la mia famiglia. Lui non c’era quando suo padre lanciava addosso a me e i suoi fratelli un deumidificatore, o quando ero in casa da sola e mi ha lanciato addosso la macchina da cucire… Lui era in seminario, sei anni ci ha passato la dentro. Per una sua scelta, è vero. Ma non c’era e non capiva.
Ora lavora alla Feltrinelli negli week end e vive con il padre, dopo una lite furibonda con suo fratello e una richiesta di contribuzione all’economia famigliare alla quale lui non si è mai voluto piegare.
Mia figlia se n’è andata. Convive con il suo ragazzo. Non vuole sentire parlare di problemi. Forse è scappata per questo. Lei non vuole sentire parlare di miei problemi. E’ stanca di problemi.
E … cosi alla fine siamo restati io e Francesco, con le nostre rate da pagare e il mio lavoro che non c’è, perché a cinquant’anni il lavoro non c’è.

Ecco la mia vita in cifre… ho saltato le bollette, i problemi vari che capitano e cozzano contro il tuo portafoglio, e il vivere quotidiano quale può essere fare la spesa.
Non ho più soldi ora, e non so come farò ad andare avanti fra due mesi da oggi. In sei mesi di ricerche non ho trovato un posto di lavoro per me.
Ho saltato pari il comune. Una volta che mi sono lamentata con una lettera al direttore del giornale di Brescia, dicendo che apprezzavo il lavoro del comune ma non capivo perché non si potesse aiutare concretamente le famiglie anche con un lavoro, perché mi hanno sempre insegnato che se uno a fame prima gli dai un pane poi gli dai la zappa per coltivarlo. Ho detto che la mia città era diventata il paese delle rotonde ma non degli aiuti concreti alla famiglia. Sono stata ripresa dall’assessore in persona e dal suo gruppo. Mi hanno rinfacciato i soldi che mi avevano dato come buono affitto, la Legge c’era e non me li avevano certo regalati. In quanto al lavoro, non erano l’ufficio di collocamento, giustamente dico io ma allargare il sistema di supporto alle famiglie anche con un servizio mirato a far camminare la famiglia da sola non era poi una cattiva idea.
In ogni caso ho dovuto ritrattare tutto per non tagliarmi le gambe su ulteriori elargizioni.
E ora che faccio? Passo da agenzia in agenzia… e aspetto.
Alla fine dei due mesi? Si vedrà…

Mara”