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26 settembre 2018

UNDER12: i compiti a casa


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Appuntamento mensile con la rubrica UNDER12 dedicata alle vicende dei più piccoli. Di seguito l’articolo di Paolo B. sui compiti a casa. Buona lettura…

Giada ha nove anni e frequenta la quarta elementare. Entra a scuola alle 8,30 e ne esce alle 16. Quasi otto ore. Ritorna a casa in auto con la nonna, consuma la sua merenda preferita a base di pane e Nutella e poi… 10 divisioni, 8 domande di Scienze, 2 disegni da colorare e il lavoro di Storia da finire: dovrebbe passare almeno un’altra ora e mezza tra libri e quaderni. Dovrebbe, perché Giada è piuttosto stanca, alcune divisioni non le riescono e i tempi si dilatano. Attende l’arrivo di mamma per avere un aiuto. Sono quasi le sette e i compiti non sono ancora conclusi. La cena è posticipata di mezzora.

Nel frattempo giunge anche papà, l’esperto in “esecuzione-di-compiti-in-tempi-record”. Giada sbadiglia e scruta più il soffitto che il quadernone, la pazienza (e le energie) di mamma sono esaurite, urge quindi un ultimo sforzo. Papà fa il suo: detta soluzioni e si preoccupa di ultimare la colorazione del secondo disegno. Finalmente si può cenare!

Episodi come quello che ho descritto, peraltro realmente accaduto proprio ieri a casa del mio caro amico Matteo, non sono rari e, anche alla luce dei dati OCSE del 2003 che riferiscono di un primato tutto italiano a riguardo (10,5 ore a settimana, a fronte di una media di quasi 6), il tema dei “compiti a casa” appare uno degli argomenti più discussi tra i genitori e meno apprezzati dagli studenti.

Se da un lato per alcuni genitori lo studio a casa rappresenta un piacevole motivo di condivisione e di confronto con i propri figli, dall’altro troviamo genitori che quotidianamente discutono con i propri ragazzi perché si rifiutano di studiare; questi genitori si sentono allora in dovere di effettuare continui controlli sullo svolgimento dei compiti e di assegnare punizioni (che vanno dallo spegnimento della tv alla sottrazione del cellulare o della Playstation) in caso di rifiuto. Gli stessi genitori ammettono tuttavia che tali metodi non sono affatto efficaci e portano comunque benefici di breve durata.

Secondo la nota psicologa dell’Età Evolutiva Anna Oliverio Ferraris (http://www.tuttoinunsito.it/bamb.pdf) la prima cosa che bisogna chiarire è che, già a partire dalla scuola elementare, “i compiti a casa sono un’occasione per accrescere l’autodisciplina del bambino: imparare a darsi dei tempi, a seguire delle regole”. Tuttavia la notizia di pochi giorni fa, rimbalzata da Oltralpe, ha riacceso le polemiche.

Per l’associazione francese dei genitori degli alunni delle scuole elementari, i compiti a casa sarebbero inutili, iniqui e troppo onerosi per le famiglie. Per questo è stato lanciato uno sciopero di 15 giorni, nel corso dei quali figli e genitori sono invitati ad astenersi dai compiti a casa.
I compiti a casa, secondo i genitori francesi, sarebbero inutili, perché non migliorerebbero l’apprendimento degli allievi.

Sarebbero anche onerosi per le famiglie, perché costringerebbero i genitori ad un lavoro che dovrebbe invece essere svolto dalle scuole, sottraendo tempo ad altre attività (gioco e rapporti familiari) e causando anche tensioni con i figli.
Inoltre, sarebbero pure iniqui, in quanto non tutte le famiglie avrebbero le stesse possibilità e capacità di aiutare i propri figli con i compiti.
La polemica è particolarmente aspra poiché in Francia nelle scuole elementari compiti scritti a casa sono vietati da una circolare del 1956, benché i docenti continuino ad assegnarli. Il governo è intervenuto, ribadendo l’esistenza del divieto e dicendosi convinto che gli insegnanti provvederanno a rispettarlo.

E in Italia? La parola ad un importante pedagogista, Giorgio Chiosso: “In Italia la situazione è completamente diversa, dal punto di vista normativo non c’è nulla di analogo. Occorre inoltre distinguere, perché ci sono diverse formule: l’orario normale e il tempo pieno. Credo che sia eccessivo prevedere i compiti a casa per chi fa il tempo pieno, è vero; e in questo caso anche in Italia i Francesi avrebbero «ragione». I bambini hanno bisogno di giocare, di svagarsi, di stare con le famiglie. Se però fanno meno ore, non vedo quale danno possano fare un po’ di compiti.
Anzi.” (http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2012/3/29/SCUOLA-CHIOSSO/2/262419/)

Il mio amico Matteo qui interverrebbe: “Mia figlia Giada frequenta il tempo pieno e i compiti, soprattutto nel fine settimana, sono una regola e non un’ eccezione” Dunque, che fare?

Be’, potrei proporre la via seguita da due genitori canadesi che hanno liberato i figli dal più famoso e discusso dovere scolastico: Shelli e Tom Milley, avvocati di Calgary, hanno vinto la battaglia che li contrapponeva alla scuola elementare frequentata da Spender, 11 anni, e Brittany, 10. D’ora in poi, per decisione del giudice, non saranno più tenuti a fare i compiti.

I genitori hanno dimostrato che i compiti non servivano per aumentare il livello di istruzione e il Calgary Catholic School District, il provveditorato scolastico, ha accolto la richiesta per un «piano di compiti differenziato», firmando un contratto. I genitori manderanno a scuola i figli preparati e l’istituto si impegna a interrogarli solo su ciò che viene spiegato in classe. (http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scuola/grubrica.asp?ID_blog=60&ID_articolo=1207&ID_sezione=255&sezione)

Ritengo però più saggio il suggerimento della Oliverio Ferraris: “Laddove i genitori ritengono che i compiti siano eccessivi o difficili, meglio stabilire un confronto diretto con l’insegnante, invece di criticarne il metodo e demolire la figura del docente”

di Paolo B.

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