Quando il gioco si fa duro, lui diventa un pirla

Lui non sapeva che lo stavo osservando. Lo chiamo “Lui” non per disprezzo. Semplicemente non so chi sia. Età: poco oltre i trenta.

Alla fine del mio raccontare, svelerò dove mi trovavo. Così, per puro caso. Lui acquistava dei gettoni dal tabaccaio, li inseriva in una macchinetta e pigiava un bottone; altri gettoni nelle macchiette accanto e stesso gesto sui bottoni. Ritornava dal gestore che gli dava una sfilza di cartoline colorate che Lui si metteva a grattare con una monetina.

Nello stesso tempo controllava uno schermo che si trovava a lato del bancone. Vi apparivano numeri senza alcun ordine logico. Lui spalancava quattro occhi su una schedina che aveva in mano. Personalmente non avevo mai visto un simile schermo. Ogni quindici minuti proiettava numeri diversi. Lui prendeva nota, scuoteva la testa e ritentava.

A Lui si avvicinarono un uomo e una donna di colore che si tenevano teneramente per mano. Chiesero una spiegazione sul funzionamento del meccanismo e Lui rispose con un sorriso beato: nemmeno gli avessero chiesto della sua fidanzata! La coppia si allontana soddisfatta della spiegazione e Lui riprende il procedimento, partendo dalla prima macchinetta.

“Ho cominciato puntando sul pari venti federici tutti insieme e ho vinto; poi ne ho puntati cinque e ho vinto ancora e così altre due o tre volte. Credo che in poco più di cinque minuti mi sono trovato tra le mani come quattrocento federici. A questo punto avrei dovuto andarmene, ma a un tratto ho provato la voglia come di sfidare la sorte, di darle uno schiaffo o di mostrarle la lingua. Ho puntato la massima puntata concessa… e ho perduto.. ho ripetuto la stessa puntata e di nuovo ho perduto tutto… mi sono allontanato dal tavolo come stordito.” (“Il giocatore” di Dostoevskij).

Lui invece continuava a ripetere meccanicamente gli stessi gesti, sempre con l’identico stupido sorriso dipinto sul volto.

Eccitazione mistica, molto simile a quella che mi descrivono alcune persone con problemi di dipendenza da cocaina.

Compulsione incontrollata e incontrollabile. Totalmente in balia delle pulsioni, fino a perdere la capacità di intendere e di volere.

A farsi benedire gli impegni e le responsabilità. Quando si diventa “un giocatore” si perde l’identità.

“Se mi avessi detto ‘vieni via’, sarei diventato una bestia”; così in un colloquio di alcuni giorni fa. La prima persona che mi ha chiesto aiuto come dipendente dal gioco compulsivo è stato quindici anni fa; aveva sessantaquattro anni. Nonostante i quattromila euro di pensione, era riuscito a prosciugarsi anche tutti i risparmi.

Ops! Mi stavo dimenticando di quello che avevo promesso all’inizio. Il nostro Lui si trovava a Palazzolo, in un centro commerciale del viale Europa. Lo guardavo, per puro caso, mentre attendevo che la mia amica scegliesse una gonna di suo gradimento, nel negozio che mi stava alle spalle.

Sandro Cominardi