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19 luglio 2018

Parlano i Santi (quarta puntata), a cura di Francesco Ghidotti


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Fedele tiene in mano una lancia sulla quale oggi, 4 novembre, sventola la bandiera tricolore. Il santo ricorda il 1859, “dopo la vittoria a San Martino e Solferino, don Consoli stese tra le mie braccia il tricolore”. Atto non sempre gradito al clero locale, che protestava nel 1896 perché il 20 settembre, data che ricordava la presa di Roma e la fine dello stato della chiesa, si sventolava il tricolore e in piazza si suonava la marcia reale.

Più vicino a noi, nell’anniversario della Marcia su Roma, la carrucola posta sulla punta della lancia si era rotta , si ricorse a un fabbro di Mura e il 28 ottobre la bandiera era di nuovo inalberata. Alla fine della seconda guerra mondiale e dopo la liberazione, sulla stretta balaustrata ai piedi della statua, furono accesi dei bengala e finì in tragedia, con un fanciullo morto e altre persone con scottature.” Fedele termina le sue memorie colla serata dei fuochi d’artificio accesi dai muraschi per la sagra di San Gerolamo.

Sebastiano è felice di poter richiamare alla memoria di tutti la fortunata circostanza di quando don Tedoldi, dopo il catechismo nella pieve, conduceva i ragazzi alle fosse che circondano il castello “ destinate al sollazzo dei ragazzi”. Essi correvano, giocavano liberamente. Non c’era domenica che non fosse allietata dalle grida dei bambini dell’oratorio. Nel 1860 il “ricreatorio” fu spostato nei locali della rettoria di Mura, vicino alla chiesa di San Giovanni, dove don Schivardi tenne aperto il suo oratorio.

Anche qui lo spazio divenne insufficiente. Palazzolo alla fine dell’ottocento contava 7000 abitanti. Con l’acquisto di un terreno adiacente la chiesa di San Sebastiano, nel 1894 l’oratorio ebbe la sua sede che è ancora lì. “Ci mancano tanto quelle domeniche !” esclama il Santo. Paolo con solennità richiama alla realtà i Santi. “Cari, dice, sta per finire il secolo XX°. Anche Palazzolo sta cambiando. Lungo il ramo del fiume, al posto dei vecchi mulini, vedo dei nuovi fabbricati per un cotonificio. La forza del salto d’acqua muoverà le macchine della fabbrica. Di sera, sull’ingresso della fabbrica, continua Paolo, splende una luce, per tutta la notte. Non è la solita lanterna accesa dal lampionaio. Ci sono dei fili appesi a dei pali che portano la luce nelle strade vicine. Anche la Piazza è illuminata da queste nuove lucerne che hanno soppiantato le vecchie. Palazzolo ha la luce elettrica”.

“E’ il progresso”, esclama il Battista. E siamo appena all’inizio del secolo. “Dalle campagne e dai paesi vicini, vedo frotte di fanciulle, a piedi e con gli zoccoli in mano, che entrano nei laboratori dove, dalle “galette” traggono un filo lucente. Di seta. Vi soggiornano da lunedì a sabato. Sembrano in convento. I loro genitori, contadini, hanno allevato i bachi e ora queste donne portano in casa la paga”.

Il Battista esprime a voce alta la sua meraviglia nel veder spuntare dagli opifici dei camini sempre più alti. “Un tempo, dice, erano i camini delle case che, soprattutto nei mesi freddi, disperdevano nell’aria i fumi dei focolari. Cambiavano colore a secondo del materiale che alimentava il fuoco. Ora da queste “caminiere” lo sbuffo di fumo continua a uscire per tutto l’anno. Il panorama, che sta davanti a noi, si è arricchito di “campanili” senza campane, al servizio delle fabbriche sempre più numerose.” Pietro pensa ad alta voce: “Siamo passati dall’energia che viene dai salti d’acqua, a quella prodotta dal vapore. Il fuoco di una caldaia, alimentata dal carbone, trasforma l’acqua in vapore che, compresso, muove gli stantuffi di una locomotiva. Non a caso, questa forza si misura in cavalli-vapore. L’avete vista anche voi il 12 ottobre 1857 una di queste “macchine” transitare sul ponte fra le Calcine e il Cividino: trainava lungo la strada ferrata le prime vetture coi passeggeri. Poi altri convogli carichi di merci di ogni tipo. E tutti seguivano degli orari prestabiliti. Il luogo d’incrocio dei convogli è la stazione di Palazzolo.

Durante le soste il fumo dalle locomotive sale al cielo, come quello delle “ciminiere”. Anche le truppe sono avviate a San Martino e Solferino col treno. E i feriti sono giunti a Palazzolo con lo stesso mezzo. Vittorio Emanuele, primo re d’Italia e Garibaldi sono transitati dalla stazione. E la gente è accorsa per salutarli.”

(continua…)

a cura di Francesco Ghidotti

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