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19 novembre 2018

Il cane della mia comunità, di Sandro Cominardi


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Il cane della comunità si chiama Meghy. Maiuscolo perché lo merita. È un cane femmina. Non dico cagna; la parola mi suona male. La comunità si trova a Bologna, in via del Fresatore. Quindi in una zona industriale. L’ho fondata una trentina di anni fa.
Meghy era arrivata con il suo padrone di nome Giovanni; un senza fissa dimora che, quando se n’è andato, non sapendo come mantenerla, l’ha lasciata da noi. Ora Meghy ha circa quindici anni. Un po’ vecchiotta per una vita da cani.
Quando arrivo tenta di abbaiare. Non ho capito se lo fa per salutarmi o per chiedermi chi sono. Poi, senza guardarmi, si avvia verso dove le capita. Alla sua età non ha molte aspirazioni precise. Gironzola, fa finta di abbaiare, si sdraia per stanchezza e mangia quando gli riesce. Ieri, dopo avermi abbaiato, l’ho vista allontanarsi ciondolando come il solito. Ho notato però un particolare che mi ha incuriosito parecchio: muoveva le zampe con una disinvoltura impressionante. Solenne e regale come una pantera della giungla. Questo non dipendeva dalla sua età, ma semplicemente per la sua vita di cane. Ho provato a imitarla, lasciando ciondolare liberamente prima un piede poi l’altro e mi sono reso conto di quanto nel mio camminare fossi rigido nella zona del tallone e, di conseguenza, quanto fosse tesa tutta la muscolatura del polpaccio e lo snodo delle ginocchia. Ho fatto la stessa verifica pedalando nel tornare a casa.
Era proprio vero: non sapevo né camminare né andare in bicicletta come si deve.
Da pensionato, faccio colloqui terapeutici con l’intenzione di aiutare gli altri, mentre io stesso non so camminare come si deve.
Il vecchio cane femmina della comunità mi stava insegnando.
Allora è proprio vero: per aiutare gli altri bisogna imparare a farsi aiutare.
Grazie Meghy.

a cura di Sandro Cominardi

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