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22 ottobre 2018

I problemi si affrontano guardandoli in faccia


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Riflessioni sulle comunità per dipendenze patologiche, di Sandro Cominardi

Racconto un po’ della mia storia, solo per inquadrare le riflessioni che vorrei proporre.
Dal sessant’otto all’ottanta mi sono occupato dei minori. Allora, quelli che stavano male, venivano messi nei collegi. Ho vissuto con loro (Galignani compreso) e, cogliendo il dolore della loro solitudine, ho pensato a qualche cosa d’altro. Nel 1978 a Bologna ho aperto il primo gruppo appartamento per minori in situazioni difficili, come alternativa all’istituzionalizzazione. Di questi, alcuni hanno avuto successo, come un cardiologo che opera a sant’Orsola o l’impresario che ha perso tutto l’undici settembre alla torri gemelle. Altri, purtroppo, li ho incontrati in carcere alla Dozza.
Dal 1980 mi occupo di persone con problemi di dipendenza. Anche di questi, alcuni li incontro per la vie di Bologna e ci abbracciamo soddisfatti, altri invece stanno facendo ancora molta fatica. Così è la vita; succede pure a noi!

Ciò detto, ecco alcune considerazioni.
Con i tossicodipendenti ci hanno provato in tanti: Gruppo Abele con don Ciotti, Ceis di don Picchi, San Patrignano con i Muccioli e ora con la Moratti, Exodus con don Mazzi, comunità Incontro di don Gelmini, Saman di Mauro Rostagno, Villa Maraini di Massimo Barra, comunità di Bessimo di don Redento (Brescia, Bergamo, Cremona) e “Il calabrone” a Collebeato Brescia, due comunità aderenti al CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza a cui faccio parte dalla sua fondazione nel 82 e di cui don Ciotti è stato presidente per dieci anni).
Qualcuno ci ha guadagnato, qualcun altro è stato condannato per reati gravi, altri ci hanno consacrato la vita, altri ancora sono contenti così, perché ne vale la pena.

Il metodo migliore?
La dipendenza patologica è come l’edera: quando si attacca, il rischio si essere devitalizzi è quasi certo.
A meno che… E questo è il punto.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dice che è una malattia altamente recidivante. Può ritornare. Questo vale anche per l’anoressia-bulimia, per la depressione in tutte le sue varie forme e non solo. Anche nel DSM 5 (manuale internazionale dei disturbi mentali) si parla della complessa patologia della dipendenza.
Si tratta quindi di problemi complessi (malattie correlate comprese) e, come per ogni situazione complessa, la semplificazione non aiuta.
Ben vengano quindi le persone che scelgono di aiutare chi sta male, ma se semplificano o si credono autoreferenti, costituiscono un rischio.
Non esiste chi salva. Occorre avere motivazioni, confrontarsi, valorizzare le competenze e rimettersi continuamente in discussione, perché i fenomeni cambiano e le persone di conseguenza.

Parliamone, ma senza la certezza di possedere la verità; potrebbe essere un’ottima occasione per crescere in conoscenza, sensibilità, motivazione e rispetto reciproco.

Rispetto anche per le persone che hanno problemi di dipendenza.

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