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21 luglio 2018

Suite francese


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La scorsa puntata (scusate il ritardo, ma ho la giustifica) avevo girato attorno al problema della recensione optando per un altro titolo assai meno impegnativo ma a ‘sto giro posso permettermi di lasciar scritte due tre cose su Suite francese.
L’Autrice è una grandissima scrittrice che ha avuto la sventura, come qualche altra milionata di persone, di finire in un campo di sterminio nazista.
Mi sembra doveroso citare lei e il resto della sfortunata popolazione che ha perso la vita in quell’orrore, oggi ma anche domani e dopo.
Il libro è davvero possente, perché ci porta in una Francia sconfitta, invasa e ce la racconta in lungo, in largo e per traverso.
Racconta di una nazione che subisce l’arrivo dell’esercito tedesco e deve supinamente accettare tutto, perché chi perde non ha diritti.
I tedeschi spaventano, spadroneggiano, portano via ma alla fine ci si abitua a tutto, si sa. E quindi in questa lunga epopea, che segue i destini di alcune famiglie fino al giorno in cui lo straniero se ne va (a morire in Russia, traparentesi), la scrittrice ci accompagna senza tralasciare nulla.
No, non è un mattone: si legge con facilità e siccome si parla di gente comune (ovvero speciale, proprio come noi), ci si identifica con i protagonisti. E non ci sono spudoratamente buoni e cattivi, perché nella vita come nei romanzi è soltanto una questione di percentuali: c’è sempre un po’ di tutto in ciascuno, dai.
Non è, in definitiva, un romanzo che sta dalla parte di qualcuno. La scrittrice sposta il suo interesse verso le persone: acutissima indagatrice dell’animo umano, non fa mai scattare la trappola del giudizio. Scritto con una sensibilità straordinaria, non lascia niente al caso. Mai una parola di troppo, mai un eccesso.
«La cosa più importante, qui, e la più interessante» scriveva la Némirovsky due giorni prima di essere arrestata «è che gli eventi storici, rivoluzionari, ecc. sono appena sfiorati, mentre viene investigata la vita quotidiana, affettiva, e soprattutto la commedia che questa mette in scena».
Il romanzo non fu mai completato, a causa della sua deportazione.
Resta, comunque, un capolavoro.

Nota bene.
Le lettere che costituiscono il capitolo finale del libro.
Sono vere.
Sono la ricostruzione della concitata, drammatica e tragica sequenza che ha portato all’arresto, alla deportazione e alla morte dell’Autrice.
Tremendo il modo in cui il marito dapprima preoccupato e poi via via sempre più angosciato tenta in ogni modo di intercedere presso questo quello e quell’altro per riuscire a far qualcosa.
Qualsiasi cosa.
La sequenza in crescendo della sua disperazione spiega più di cento libri di storia.
Qualche volta dovremmo fermarci, pensare a cosa è successo e soprattutto immaginarci al loro posto.
Non deve succedere più, in nessun posto del mondo.
Ciao.

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