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A TU PER TU COL VECCHIO PONTE

E’ una mattina autunnale, l’acqua del fiume sembra immobile, il ponte vi si specchia. Una persona lo sta lentamente attraversando. Non c’è altro segno di vita. Ho con me la macchina fotografica. E’ il momento per immortalare la scena. Scatto. Poi lascio correre la fantasia; comincio a pensare cosa potrebbe raccontare questo “testimonio di pietra”. E’ fatta. Appena ho in mano la stampa dell’immagine, comincio a scrivere.

Testimoni di pietra

Provate a entrare nei locali addossati alla Rocchetta, curiosare nei ripostigli dei negozi al piano terreno, vi troverete delle straordinarie testimonianze dell’impianto della fortezza che si affacciava sul ponte romano, dal lato di sera.

In questo “racconto” farò parlare questi “testimoni muti” con le voci di coloro che, da tanti secoli , vivono a Mura. Generazioni che sembra mi invitino a raccontare le loro storie. Mi incoraggiano a farlo alcune righe del Manzoni che lasciò scritto che“ l’istoria si può veramente definire una guerra illustre contro il tempo, perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaveri, li richiama in vita, li passa in rassegna e li schiera di nuovo in battaglia”.

Racconto dell’anno 1483

Sono Giovanni, discendente della famiglia di Pietro Morandi nato a Mura nel 1458. Il nonno mi aveva spiegato che il legname dalla Valle Camonica raggiungeva il porto di Soncino seguendo il corso dell’Oglio. Prima di arrivare al nostro ponte, passava attraverso la “vertora” ( apertura) dove c’era chi riscuoteva il dazio. Ai Bergamaschi non garbava molto questa fermata. Ai primi del 1482 escogitarono un modo per infrangere il monopolio bresciano sulla navigazione sull’Oglio. Progettarono, vicino al Cividino, una darsena per facilitare l’attracco di natanti e lo scarico delle merci che, per Telgate e Bolgare, avrebbero raggiunto Bergamo. Per far concorrenza ai Bresciani pagavano meglio il legname. La
cosa non poteva sfuggire ai guardiani dell’Oglio che il 3 settembre denunciarono la cosa al podestà di Palazzolo. Da Venezia arrivò ai Bergamaschi l’altolà al progetto. E, come
contromossa, fu ordinata una ricognizione dello stato di fatto del fiume da Sarnico a Pontoglio. Il Podestà di Palazzolo, incaricò un provetto pittore che, accompagnato da un
funzionario bresciano e dal consigliere Gabriele Benzoli, di disegnare l’esatto corso del fiume. Purtroppo quel disegno io non l’ho potuto vedere”.

“Io ho visto la barca su cui avevano preso posto questi esperti: si era fermata al di sotto del ponte per completare la mappa. Era il 16 dicembre 1482. Poiché ho frequentato la
scuola del maestro Aregino, posso leggervi ciò che fu suggerito,al pittore, e rimase scritto sul foglio “se metta di sotto immediate dalle ditte case de molini, il ditto ramo sostenuto dalla chiusa predetta che si va a giongersi con lo fiume principale d’Olio puoco di sopra dal ditto ponte di Palazzolo. Dietro a questo se metta in dissegno il luogo di Mura circondato da trei fosse con la Torre rottonda et con la fortezza che è da sera al ponte d’Olio et con le vie che vanno a Taiù, Grumello e Telgato, le quali sono vicine l’una al altra quasi al incontro della ditta Torre rottunda. Et con la via che va a Palosco e con il fossato fatto per guardia dei chiosi di Mura per distancia di puoco manco di uno miglio. “Item si metta in dissegno il resto di Palazzolo cum il ponte d’Olio qual ha quatro piloni et cinque volti, con le suoi fortezze, videlicet: Torazzo da domane al ponte et castello con la seriola de Chiari la qual passa sotto ditto castello su l’alto, con le strade che vanno a Capriolo, a Adro, a Cologne, a Brescia, a Chiari, et a Pontoglio. Il qual resto di Palazzolo si metta con trei fosse attorno”.

Dopo avere ascoltato la lettura, Comino controlla il ponte che ora ha solo tre piloni e quattro volti. E domanda: “Dove sono finiti un pilone e il quinto volto?”

“Sarà rimasto sotterrato, quando i Palazzolesi hanno demolito la fortezza verso la Piazza del mercato per allargare la piazza e fare un nuovo argine al fiume, risponde
Giovanni. E Comino: ”Possibile che non siano stati conservati?”

(continua…)

di Francesco Ghidotti