Furore

Ed è con deplorevole ritardo che scrivo l’ennesima recensione.
Lo ammetto, non so più quale tipo di scusa prendere: tantovale che non mi giustifichi.
La mia puntigliosa pigrizia è inappellabilmente colpevole.
E pace.

Furore, secondo me, andrebbe letto a prescindere, perché fa parte di quei libri che servono a formare un lettore. Ti insegnano cos’è una storia ricca che conquista e lascia il segno anche molto tempo dopo che abbiamo chiuso l’ultima pagina. Fa pensare e non ci vuole poi tanto per collegare i fatti che narra con altri fatti che succedono qui e ora, a dirla tutta.
Ma va anche letto perché è bellissimo punto.

Andiamo indietro nel tempo: siamo nel 1930. Ci troviamo in quell’America rurale, vastissima, assolata e polverosa, per l’esattezza in Oklahoma.
Polvere a manetta.
E una strada, lungo la quale si snoda la vicenda, in senso metaforico ma anche no.
Partiamo da una fattoria che ha visto tempi migliori, abitata da una grande famiglia, con le sue storture e vette di solidarietà.
Mettiamoci una serie di raccolti andati male, aggiungiamo i latifondisti senza scrupoli.
Si finisce in mezzo ai debiti, dritti nelle fauci della banca a cui vendere casa e terra.
E pezzo dopo pezzo, tentare di tirare insieme qualche dollaro svendendo ogni cosa si riesca a vendere.
La catastrofe economica è simbolicamente ma anche no rappresentata da un mezzo di trasporto devastante e perfetto: la trattrice.
Lei sostituirà uomini e bestie, al comando dei nuovi proprietari: gente che sfrutta il territorio senza alcun rispetto.
Tutto questo ridurrà questa famiglia (e tante tante altre) sul lastrico.
Non c’è futuro, bisogna scappare.

La soluzione, la speranza, la meta dove ricominciare si chiama California.
In California hanno un gran bisogno di gente che raccolga la frutta (lo dice il volantino).
In California si che si sta bene.

Così, con i pochi dollari racimolati, si compra un catorcio sfasciato (spettacolare il capitolo che descrive il tipico venditore di auto-rottami) e si parte, sulla Route 66, direzione Ovest.
Un pellegrinaggio che vede miseria, bassezza ma anche solidarietà e comunione.
Parole generalmente poco adoperate, in effetti.
Vediamo questa comunità in cammino, unita dalla speranza di un futuro, arrancare su mezzi di fortuna.
Ma mi fermo qua, non posso spoilerare.

La California non sarà esattamente come i protagonisti, temerari e disperati, speravano fosse.

Da un lato c’è la vicenda umana, toccante e vigorosamente concreta, dall’altro la descrizione minuziosa, dettagliata e perfetta dell’ambiente, come se l’occhio dello Scrittore si allargasse per includere nella narrazione il mondo, per farci vivere dentro e con i protagonisti.
Si rimane attaccati alle pagine, credimi.

Sarebbe stato più bello il mio percorso di lettrice se avessi scoperto Steinbeck prima di ora.
Ma meglio tardi che mai.

Ciao.