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21 giugno 2018

Restiamo umani


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Loro due erano agli arresti domiciliari in una comunità. In un momento di reciproca tensione A dice a B:
– Guarda che io non ho paura di te! –
Naturalmente B era pronto a dimostrare che A invece di paura ne avrebbe dovuta avere.

Come succede spesso in queste situazioni, B passa immediatamente ai fatti, semplicemente per difendere la sua tesi. Prende per il collo A e lo mette al muro. Per fortuna alla scena assiste uno che li divide, evitando così che le cose si complichino. Il fatto interessante successe il giorno dopo. Era il sabato santo, ma questo non dovrebbe contare molto per due tipi come loro. Sta di fatto che A, di religione mussulmana, chiede scusa a B adducendo una sua personale motivazione:
– La mia religione dice che non si può stare insieme rimanendo nel rancore. –
B, meravigliato e non per la religione ma per il fatto in sé, gli dice che dovrebbe essere lui a chiedere scusa dal momento che è stato lui a usare la violenza. Pur con motivazioni diverse, i due si riconciliano.

L’episodio mi è stato narrato da B che non si accontenta del racconto. Aggiunge anche considerazioni molto utili per comprendere le complesse dinamiche relative all’accaduto e ai ragionamenti che andremo a fare.

Mi dice B:
– Mi sono sentito debole e disarmato. Ero abituato a soffocare queste cose. Mi fanno sentire stupido. Mi sono trovato disorientato. Ti assicuro, dopo il mio gesto di aggressione sono stato male per tutto il giorno, ma proprio male, male! –

Come ho gi dettò, sia A che B erano agli arresti domiciliari. Avevano commesso dei reati e la carcerazione era il risultato di un percorso giuridico conseguente a comportamenti antisociali. Per essere antisociali è necessario essere capaci di rinnegare emozioni e sentimenti che fanno sentire deboli e disarmati. Se uno lascia spazio alla parte morbida di sé, corre il rischio di aver paura, di sentirsi stupido e disarmato. Non farebbe molta strada come delinquente.

Anche la società, quando è guidata solamente dalla paura del delinquente, pensa solo ad armarsi e ricorre con decisione alla pena armata.

L’equazione quindi risulta essere questa: più la società è armata e maggiormente la gente si sente sicura. Anche la pena deve essere esemplare. Chi rompe deve pagare.

Secondo questa logica è sufficiente che il responsabile di un reato venga allontanato e custodito, per pagare la sua pena. Dopo la pena il colpevole può dire: sono libero perché ho pagato. Libero per che cosa? Perché è questo il punto!

Il colpevole di qualsiasi tipo di violenza è uno armato perché non può permettersi la paura. Per evitare che anche il contesto abbia paura, la società a sua volta deve essere maggiormente armata. Solo così può far rispettare le regole e proteggere i singoli e il contesto. Una società che gioca a guardia e ladri, ha una sua logica. Chi rincorre deve essere più forte di chi scappa.

Un certo ragionamento sulla giustizia quindi funziona in questo modo: chi commette reati paga con la carcerazione o con eventuali sanzioni di merito. Nulla da eccepire! Passiamo ad un’altra considerazione.

Dopo reati sensazionali spesso assistiamo a giornalisti che chiedono ai parenti delle vittime se siano disposti a perdonare. Domanda apparentemente semplice in attesa di una risposta altrettanto semplice. A mio parere si tratta di una domanda stupida e, per di più, posta in un momento sbagliato. In questi casi la risposta più sensata dovrebbe essere: per favore mi lasci in pace! Anche questa domanda ha una logica semplice del concetto sopramenzionato di giustizia.

Nelle cose umane spesso la semplificazione tradisce la complessità del mondo interiore delle persone come tali. Una società matura invece dovrebbe tener conto di questa complessità. La giustizia riparativa segue una logica diversa, più complessa. Introduce dei presupposti più articolati e migliorativi per la società e per il colpevole. Pur non rinnegando la logica del chi sbaglia paga, è l’approccio ad essere diverso.

Il contesto sociale è fatto di persone, ma si parla di persone anche quando l’attenzione viene posta su chi ha compiuto reati. A qualcuno questo potrebbe dar fastidio. Naturalmente questi li lasciamo perdere in quanto refrattari a qualsiasi ragionamento di merito. Quasi tutti gli individui che commettono reati potrebbero essere capaci di ragionare e di provare emozioni e sentimenti. Capacità più o meno soffocate, comunque presenti proprio in quanto persone.

Questi elementi fondanti l’ ”essere umani” possono attivare quel sano senso di colpa, presupposto indispensabile per superare la semplificazione del “basta che paghi” e mettere in movimento percorsi di cambiamento. Per esempio ci potrebbe essere una relazione tra il tipo di reato commesso, la pena che ne consegue e la modalità di espiarla.

Cambiando i presupposti la visuale della giustizia riparativa si allarga enormemente. Diviene promozione di cultura diversa e di considerazioni a proposito della pena che spingono a cercare percorsi integrativi che aiutino a superare la semplificazione del “chi rompe paga”. Diviene giustizia creativa in quanto, fatte sempre salve le regole della punizione, non viene tutto ridotto a “così impara”.

Si vuol tener conto del fatto che chi commette reati non smette di essere persona. È chiaro che in concreto le cose non sono cosi semplici, ma se il ragionamento fila, si introduce un modo diverso anche di concepire le relazioni umane.

Se per la società l’approfondimento di questa visione può produrre cultura nuova, è soprattutto pensando alla persona colpevole di reati che cambia l’approccio del concetto di pena. La riparazione è conseguenza di un percorso che va ad attivare ciò che era stato soffocato per paura della paura. Paura di sentirsi stupidi e/o essere considerati tali. L’attivazione di emozioni e sentimenti potrebbe davvero aiutare a cambiare. Anche sentimenti di dolore e rimorso per impostare una vita di riparazione e di apprendimento delle regole del vivere civile.

L’interiorizzazione delle norme può avvenire solo in presenza di un sano Super-Io. Quello che nasce dalla valorizzazione completa dell’essere persone: rispetto di sé, degli altri e delle reciproche relazioni. Ragione, sentimento e regole come opportunità per giocarsi responsabilmente e quotidianamente il valore di sé e degli altri. La domanda rispetto all’essere disposti al perdono forse potrebbe essere posta solo dopo questo percorso.

Vittorio Arrigoni, l’attivista per i diritti umani rapito e ucciso a Gaza City da un gruppo di estremisti la notte tra il 14 e il 15 aprile 2011, ci ha lasciato come eredità un compito non indifferente: restiamo umani!

articolo scritto il 28.04.12
a cura di Sandro Cominardi

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