Shalom. “Lo vedo solo io o lo vedi anche tu?”, di Sandro Cominardi

Qualcuno mi ha suggerito di essere più diretto quando tratto certi argomenti. Mai suggerimento più opportuno. Non vorrei si pensasse: facile scrivere da Bologna e per di più in modo criptato. Per noi che viviamo a Palazzolo non è così semplice dire ciò che pensiamo quando si tratta di certi argomenti.
Se diciamo quello che pensiamo, finiamo per perdere il consenso. Questo mi è stato detto esplicitamente da un giovane politico della maggioranza.

Voglio essere più diretto: non condivido ciò che avviene presso la Shalom e mi dispiace che non ci sia un dibattito pubblico. Impotenti di fronte ad un sistema irraggiungibile, quando in gioco ci sono i diritti fondamentali delle persone. Attingo le motivazioni riportando alcuni ragionamenti fatti in un seminario promosso dalla Regione Emilia Romagna. Riflessioni conseguenti a una ricerca fatta dalla Fondazione Zancan sui servizi comunitari per minori in Regione.

La fondazione Zancan è un centro studi, di ricerca e di sperimentazione che opera da oltre cinquant’anni ed è in stretta collaborazione con la Caritas nazionale. Interessantissimo il titolo del seminario: “Lo vedo solo io o lo vedi anche tu?”. Incrociando due dita sulle labbra, dico “lo giuro, non l’ho scelto io”. Comunque, vediamo se lo vedo solo io e se lo possiamo vedere insieme.

Quando uno entra in comunità è un “Trapiantato”, un “Fuori casa”, un “Orfano”, delle relazioni fondamentali. Entra prevalentemente con problematiche complesse. Spesso è anche vittima di maltrattamenti. Se la comunità non è appropriata e adeguata, produce maltrattamenti istituzionali e questi non possono mai essere a fin di bene.

“Abbiamo bisogno di essere ascoltati con atteggiamenti attivi e genuini verso di noi; di attenzione alle esigenze di ognuno, di autonomia con la possibilità di sperimentare liberamente”: queste alcune espressioni degli ospiti.

Per evitare danni e promuovere appropriatezza e adeguamento ai bisogni, occorrono regole coerenti da parte della Regione e controlli da parte degli amministratori locali. Le comunità debbono Fare Rete, cioè confrontarsi e integrarsi con i servizi territoriali. Gli obiettivi dei processi educativi e terapeutici non sono solo quelli di produrre libertà dalle dipendenze patologiche, ma di aiutare ad essere liberamente se stessi.

Mi colpisce molto l’espressione che ho sentito a proposito della suddetta comunità: “sono scappati dei ragazzi”. Inseguiti, “li hanno presi”. Tra loro c’era anche un minore. Domanda: ma il Garante dei diritti dei minori indaga o lascia correre e nessuno dice niente?

Inoltre, da dove derivano certi linguaggi?
In italiano il verbo scappare ha un significato ben preciso. Dice il vocabolario alla voce “scappare”: “correre via da un pericolo”. Si scappa dal carcere, dalla polizia che insegue, dalle guerre, dalla fame. Non tutte le scelte sono giuste, ma hanno almeno il valore della libertà.
Gesù, dopo che alcuni discepoli l’avevano abbandonato, disse ai rimasti: volete andarvene anche voi? E, sempre Lui, non è corso dietro a Giuda quando ha lasciato il Cenacolo per andare a fare quello che avrebbe fatto e neppure ha comandato che lo facessero gli apostoli.
Lo vedo solo io o lo vedi anche tu?

Sandro Cominardi