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12 dicembre 2018

Una volta si chiamava “correzione fraterna”, di Sandro Cominardi


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Riceviamo e inoltriamo:

Riconosco che effettivamente nel mio ultimo articolo ho commesso due errori.
Primo: avrei dovuto prevedere che la frase sul consenso e sulla maggioranza avrebbe potuto far spostare il dibattito su questo e non sui contenuti. Maggioranza di cui i miei amici sanno che più volte ho apprezzato il cambiamento di rotta che ha saputo mettere in campo.
Secondo: avrei dovuto equilibrare alcune espressioni sulla comunità per evitare che il dibattito si fermasse sul “contro qualcosa e contro qualcuno” e non sulle tematiche.

Mi dispiace enormemente e spero di ricevere il per-dono, cioè la comprensione come dono. Lavoro e convivo dal 2 settembre del 1968 con persone che fanno fatica a vivere. Non molti giorni fa uno di questi mi parlava dell’odore “delle carne sparata” quando era assoldato alla mafia e un altro di cosa aveva visto e fatto da soldato dell’Esercito Italiano, lui persona con problemi di dipendenza da cocaina dall’età di quattordici anni, sparando in Kossovo prima, e dall’elicottero in Iraq poi. Tralascio logicamente i dettagli.

In articoli precedenti ho avuto l’occasione di accennare ad altre storie. Sono certo che molte sono le persone che hanno scelto di convivere con queste esperienze come me e probabilmente anche meglio. Amo lavorare in équipe e partecipo volentieri a momenti formativi; l’ultimo mercoledì scorso, 30 settembre dalle 9,30 alle 17, con lo psichiatra dott. Paolo Rigliano, responsabile della Struttura Semplice “CPS 17” del Dipartimento di Salute Mentale dell’Az. Osp. “S. Carlo B.” di Milano.

Quando parlo (anche come membro della Conferenza Regionale del Terzo Settore di nomina e a supporto della Giunta Regionale dell’Emilia Romagna) e scrivo articoli o libri, ho sempre davanti a me dei volti a cui spero di aver dato e di dare qualcosa. Da loro ho la fortuna di apprendere moltissimo. Per merito loro verifico quotidianamente la mia fatica nell’essere liberamente me stesso. Questo era il tema principale del mio intervento: riflettere sul come aiutare ad essere liberamente se stessi. È un processo educativo e terapeutico da ritenere come obiettivo fondamentale quando si ha un ruolo. Qualsiasi tipo di ruolo. Questo obiettivo vale anche per la mia vita personale e spero mi accompagni per gli anni che mi rimangono.

Purtroppo noto che il dibattito si è spostato su altro. Avrei dovuto prevederlo.
Sapevo di avere dei limiti, ma ogni tanto fa capolino la presunzione. A me a volte succede, ciò però non toglie nulla alla necessità e all’importanza di promuovere riflessioni.

Sandro Cominardi

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