“Non essere cattivo”, un film assolutamente da (non) vedere

“Non essere cattivo”, è film postumo di Claudio Galigari che rappresenterà l’Italia agli Oscar. Vietato a chi ha pregiudizi verso i tossicodipendenti che ne combinano di tutti i colori e che, per questo, devono essere segregati e diretti con polso duro verso un’unica e ben precisa direzione.

Non lo debbono vedere neppure coloro che considerano l’antisociale esclusivamente come uno (evito di proposito la parola “persona”) che deve stare rigorosamente in carcere il più lungo tempo possibile. Ricordo che nel DSM V, manuale mondiale delle psichiatria, l’anti-socialità è considerata una malattia grave. Non sono però cosi ingenuo da negare la cattiveria ma, come diceva mia nonna, “attenzione a non far di ogni erba un fascio”.

Il motivo per cui le categorie di persone sopradescritte non lo devono vedere sta nel fatto che proverebbero solo disgusto per la maggior parte della narrazione. La conferma che loro sono fatti così: trasgressivi, violenti e insensibili fino al punto da far venire la nausea. Fine; the end.

L’altro messaggio del film può essere percepibile esclusivamente da chi è in grado di leggere i segni nascosti nei meandri della narrazione. Rattristati e disgustati per la povertà e le ingiustizie, arrabbiati per le circostanze e per coloro che le creano. Immalinconiti e disposti ad entrare in empatia con chi ne vive le conseguenze. Magari più deboli, ma proprio per questo maggiormente vittime. Solo con questo spirito si può cogliere il significato del titolo, nascosto in pochissimi fotogrammi dell’insieme, ma chiaramente leggibili per chi li vuol vedere. Ho visto il film con molta fatica. Veder scorrere davanti a me le tante storie che conoscevo dai racconti ascoltati mi faceva star male. Intravvedevo i loro volti e i loro occhi mentre raccontavano: occhi malinconici, tristi di solitudine e supplichevoli di comprensione e di accoglienza.

Da tantissimi anni vado dicendo che non esistono i tossicodipendenti. Esistono persone abbandonate, deluse, violentate, tradite, non valorizzate o non capite, che hanno perso il senso del vivere in un contesto che non aiuta a trovarlo, nate in condizioni di svantaggio che loro non avevano chiesto al momento di venire al mondo. Ammalati di solitudine. Come a volte succede pure a me che mi ritengo sano.

26.10.15
Sandro Cominardi