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19 novembre 2018

L’insospettabile Giappone


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Recentemente, passando in rassegna gli scaffali della biblioteca di Palazzolo, sono incappato per caso nell’edizione italiana di un romanzo di Nakamura Fuminori, un emergente autore giapponese, e non ho potuto fare a meno di lasciarmi prendere dalla curiosità. Chiamatela deformazione professionale, chiamatela come vi pare, ma dando una rapida occhiata al titolo e alla copertina, ho sentito il pruriginoso bisogno di indagare ulteriormente quale tattica il marketing editoriale avesse adottato stavolta per attirare il pubblico italiano.

Perché succede quasi sempre così quando un qualsiasi prodotto culturale incontra un mercato estero: viene adattato e “incartato” per compiacere gli occhi e stuzzicare la fascinazione di un pubblico non avvezzo a determinati canoni estetici; in un certo qual modo, esso viene svuotato della sua identità e, nel peggiore dei casi, stereotipato.

E quanto più il mercato estero è distante per forma mentis dall’originale, tanto più i grotteschi tratti dello stereotipo si fanno spazio gratuitamente. Devo dire che le mie aspettative non sono state disattese nemmeno stavolta. Il romanzo in questione è una sorta di giallo/thriller postmoderno che trae spunto da intriganti vicende nelle aree suburbane della Tokyo di oggi per sviluppare un’approfondita introspezione nella vita e nella psicologia del personaggio principale: un borseggiatore della capitale. Il migliore, a quanto pare. L’evoluzione della storia porta il protagonista a farsi coinvolgere in una strana amicizia con un altro giovane borseggiatore e a cadere ineluttabilmente in una cospirazione mafiosa. La trama offre molti spunti di discussione sulle problematiche del Giappone contemporaneo (spesso poco conosciute all’estero) tra cui l’emarginazione sociale, la microcriminalità di strada e le organizzazioni mafiose.

Insomma, un prodotto di rilievo che non manca di suscitare il plauso della critica e di Ōe Kenzaburo in persona (premio Nobel per la letteratura). Il titolo originale dell’opera è “suri” 掏摸, che in giapponese significa – guarda un po’ – “il borseggiatore”.

Troppo banale?

Nella versione italiana, invece, su una falsa riga che mi ricorda tanto quella del thriller fantapolitico di Andy Oakes dal titolo “Le mille luci di Shangai” (che non aveva per niente a che fare con le società elettriche della metropoli cinese) il titolo è: “Tokyo lights”.  In copertina, il primissimo piano di una giovane e attraente ragazza asiatica, truccata a mo’ di geisha, ma con i lunghi capelli lisci e corvini sciolti e scompigliati dal vento, gli occhi blu cobalto (!) e lo sguardo languido volto al lettore.

Il romanzo promette bene, e spero di riuscire a trovare il tempo di trovarlo in originale per leggerlo e vedere quanto il marketing abbia preso spunto dal contenuto e quanto abbia attinto ai luoghi comuni per accattivare la potenziale clientela. Perché in fondo abbiamo un po’ bisogno di questo, di un po’ di stereotipi, per appigliarci a qualcosa di noto in un universo sconosciuto. Ma lo stereotipo deve solo essere lo spunto per oltrepassare il velo di maya e scoprire la meravigliosa realtà che si cela dietro di esso, non sostituirla in toto.

Perché tutti hanno sentito parlare di Tokyo, tutti hanno in mente lo stereotipo della geisha, fin troppo simile a un cosplay uscito da qualche anime…tutti ottimi argomenti per una serie di sogni ad occhi aperti ed esotiche fantasticherie, ma pochi sanno che dall’albero di cachi nell’orto del nonno non si raccoglie il “caco”, bensì il kaki 柿 , parola giapponese per indicare un frutto originario dell’Asia Orientale. E forse non è una cosa che interessi a molti.

Certe cose, se non sono imbellettate e condite come piacciono a noi, tendono a suscitare incredulità, o più semplicemente a non piacere così come sono…ma forse è solo perché non le conosciamo abbastanza.

Se qualcuno vuole cogliere la sfida per il nuovo anno, può trovare il romanzo di Nakamura in biblioteca: se poi viene pure colto dalla curiosità e volesse iscriversi al corso di giapponese organizzato dal Club, può diventare un interessante spunto di discussione per le prossime lezioni.

A cura di Guido Pontoglio, insegnante del corso di lingua e cultura giapponesi.

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