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17 dicembre 2018

La misericordia nel percorso psicoterapeutico, di Sandro Cominardi


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Anno santo della misericordia.

Mi sono chiesto: il tema della misericordia può avere anche una valenza psicoterapeutica? Cioè, può essere funzionale al cambiamento nella direzione dello
star meglio con se stessi e con gli altri, quando il dolore non viene chiamato peccato, ma profonda sofferenza interiore? Ho posto la stessa domanda ad alcuni miei colleghi. Queste le riflessioni.

I termini del discorso

Misericordia, sostantivo derivante dal latino: misereor = ho pietà e cor – cordis = cuore. Misericordia quindi come sentimento di pietà e compassione per la miseria morale o materiale propria e altrui. Per i mussulmani Allah è il Misericordioso, ma Dio è misericordioso anche per gli ebrei e i cattolici. La misericordia quindi è una qualità intrinseca a Dio e una virtù spirituale importante per gli uomini. L’essere misericordioso di Dio è nella direzione degli uomini. La pietà e la misericordia degli uomini è una virtù verso se stessi e i propri simili. Miserere, per gli Ebrei e per i Cattolici è la preghiera dell’uomo peccatore verso Dio che è misericordioso. È un verbo attivo per Dio e passivo per gli uomini. Per Papa Francesco, la misericordia è una virtù che coniuga il verbo miserere in questa duplice direzione: dalla sicura misericordia di Dio verso gli uomini alla reciprocità tra gli uomini. Così inteso il verbo latino miserere è sommamente dinamico. In un processo psicoterapeutico, cioè nel cambiamento verso lo star meglio dentro, tale verbo non è solo attivo e passivo, ma anche riflessivo. Cioè va anche nella direzione di se stessi. “Miserere” quindi come verbo sommamente dinamico perché attiva processi continui in funzione del non soccombere.

Il senso di colpa, la vergogna e lo star male dentro

Il senso di colpa e di vergogna impedisce il vivere serenamente con sé e con gli altri. Nella Bibbia, dopo il peccato originale, Adamo ed Eva si percepiscono nudi e si nascondono per la vergogna. Prima: “erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna (Gen 2:25)”. Dopo: “allora si aprirono gli occhi ad entrambi e s’accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. (Gen 3:7)” Adamo ed Eva cercheranno poi di dare e di darsi delle spiegazioni per capire e far capire o per giustificarsi. Non è semplice definire la vera natura e l’origine del senso di colpa e di vergogna che assale la persona che sta male dentro. Spesso però questo dolore interiore impedisce l’indispensabile e quindi necessaria realizzazione di sé. Il senso di colpa e di vergogna avvia emozioni dolorose complesse, come l’inquietudine, l’angoscia, la tristezza, lo sconforto: dolori che, divitalizzando, bloccano la necessaria fiducia in sé stessi. La vergogna può condizionare talmente la persona da farla percepire non come uno che ha sbagliato, ma come uno che è sbagliato. Anche l’assenza del senso di colpa e di vergogna per gravi comportamenti anti-sociali è altrettanto problematica per la realizzazione positiva di sé e per la
convivenza con gli altri.

Fa riflettere il fatto che uno condannato per 27 rapine a mano armata, che si vanta di averne compiute una novantina, dica di non aver mai fatto del male a qualcuno. All’opposto fa riflettere anche la persona che si sente brutta, sporca e cattiva dopo essere stata vittima di violenze da parte di altri. In questo senso il senso di colpa e la vergogna sono emozioni dolorose complesse.

Aspetti psicodinamici del senso di colpa

L’insorgere del senso di colpa e della vergogna richiama il concetto di Super-Io che, dopo l’intuizione freudiana, è entrato a far parte della cultura, della psicopedagogia e della psicopatologia moderna. Super-Io come istanza morale, in parte inconscia, che comincia a registrare la sua attività nella prima infanzia, annotando i divieti genitoriali, sociali e religiosi. Il Super-Io governa gli impulsi e li censura, facendo vergognare o sentire in colpa, oppure dicendo che “questo o quello” non si possono fare perché sono azioni di persone cattive o perché sono cose maleducate e sconvenienti.
L’interiorizzazione di un Super-Io sano è funzionale ad orientare i comportamenti, quindi allo star bene dentro e alla realizzazione di sé. La realizzazione di sé, dell’essere uomo o donna e individuo con un corpo e una storia è indubbiamente il fine primario di tutti. Il senso di libertà e di rispetto per le
leggi di convivenza, la valorizzazione di ciò che sé è e si ha sono le componenti di una struttura di personalità adeguata ad un relativo star bene. Quando invece il senso di colpa e la vergogna bloccano o condizionano gravemente, diventa molto faticoso o vissuto come impossibile il credere in se stessi e negli altri. Allora potrebbe essere indispensabile avviare la dinamicità del “miserere” nella sua triplice dimensione attiva, passiva e riflessiva. Nei processi psicoterapeutici, dopo aver compiuta l’analisi delle storie e attivata la consapevolezza delle dinamiche, il tema del perdonare e del perdonarsi può incentivare energie nuove in strutture di personalità atrofizzate dal senso di colpa e di vergogna.
Per chi è affetto da patologia di anti-socialità, prima però sarà necessario far nascere la consapevolezza del male fatto e poi sperimentare la dinamicità del “miserere”

Essere perdonati, perdonare e perdonarsi.

L’essere misericordiosi con se stessi può sembrare la cosa più semplice e più facile di questo mondo. In questo senso però si confonde la misericordia con la
giustificazione del proprio operato e del proprio modo di essere. Atteggiamento comune ai superficiali, che non produce cambiamento, ma radica vissuti qualunque. Quando la sofferenza è profonda perché originata da patologie complesse, è più facile trovare ostacoli al perdonarsi che al giustificarsi. Ostacoli non semplicemente nel senso di impedimento, ma in quello originario del termine, cioè come “hostis”: nemici interni talmente forti da far fatica a credere che sia possibile rasserenare la propria esistenza. Sensazione profonda più frequente e radicata di quello che si immagina.

Impegolati in vissuti di complessità esistenziale, queste persone si percepiscono atrofizzate per aver sbagliato o, peggio ancora, per essere sbagliate proprio come persone. Non si tratta di giustificare, ma di capire per non vivere nell’essere condannati dentro. A questo punto il tema delle misericordia diventa fondamentale per aiutare a credere in sé stessi e a considerare gli altri non necessariamente come nemici.
Processo lunghissimo che ha il suo inizio nella sensazione di non valere nulla, per giungere alla valorizzazione di sé come persone, con un corpo, una storia, delle relazioni, dei sentimenti, delle emozioni e delle motivazioni. Anche la constatazione di avere dei limiti, senza però percepirsi delle nullità.
Perdono come comprensione, compassione e rispetto e, come conseguenza esistenziale, la percezione dell’essere liberi. Liberi non solo da storie o da dinamiche di dipendenza, ma soprattutto liberi di sperimentare il nuovo. In questo processo potrebbe essere fondamentale l’attivare lo stupore e la
meraviglia per le cose che si “rivedono” per la prima volta. “Rivedere” come raddoppio della meraviglia nel constatare il risorgere di ciò si credeva perduto.

Allora le emozioni e i sentimenti daranno il senso del vivere, in opposizione al senso di colpa che opprime. Come conseguenza: la riparazione non necessariamente come punizione. Chi ha vissuto per tanti anni soffocato dalla percezione del “non valere” sperimenta con entusiasmo la gioia dell’”essere qualcuno”.

“E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Dante: Inferno canto XXXIV).

21.03.16 Sandro Cominardi

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