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20 ottobre 2018

OGNI STORIA HA IL SUO NOME: Malika, l’Olocausto e il dovere di raccontare


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Come mai Miriam nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, circondata da figli e nipoti che le porgono in dono un bracciale con inciso il suo nome, mormora tra se, quasi sovrappensiero, le assurde parole “Io non mi chiamo Miriam”?

I familiari, imbarazzati, ignorano l’accaduto, sperano quasi in un momento di confusione senile, ma la verità è che la nonna, signora energica e lucidissima, è sempre stata alquanto restìa a parlare del proprio passato, dapprima di ragazza ebrea deportata nei campi di concentramento nazisti e in seguito di sopravvissuta adottata da una buona famiglia borghese in Svezia. Il silenzio che Miriam ha perpetrato per tutta la vita non è solo espressione del voler dimenticare gli orrori subiti, nasconde in realtà un mistero più profondo che ora dopo tanti anni sente per la prima volta di voler raccontare. È così che inizia a narrare di una ragazzina rom deportata ad Auschwitz, Malika, che, trovatasi con i vestiti laceri, per sopravvivere al campo ruba le vesti di un cadavere cambiando identità. Malika comincia da quel momento a fingersi ebrea e, per un motivo o per l’altro, porterà avanti questa finzione per tutto il resto della sua vita.

Paradossalmente l’Olocausto ha reso in parte più facile dopo la guerra essere ebreo; l’antisemitismo è costretto a ritirarsi nelle cantine razziste in cui era germogliato. I rom, invece, non godono dello status di vittime dei nazisti riconosciuto agli ebrei e continuano nella maggior parte dei casi e essere considerati esseri umani di serie b: la loro persecuzione non finirà con la fine del nazismo. Malika/Miriam sceglie perciò di non smentire la sua presunta identità per paura di essere perseguitata e scacciata e così facendo riesce a costruire una nuova vita in Svezia, a crearsi una famiglia, ad invecchiare circondata dai suoi cari. Mente per guadagnare la libertà, rinunciando però a qualcosa di estremamente prezioso: la propria identità, la propria verità, le proprie radici.

Majgull Axelsonn, scrittrice drammaturga e giornalista svedese, costruisce un romanzo di finzione, eppure per riuscire a scriverlo si avvale di un immenso lavoro di ricerca: ben due anni e mezzo di studi approfonditi per arrivare ad un risultato che ci restituisce con grande precisione una parte della storia dell’Olocausto di cui si è parlato poco e che pochi prima d’ora conoscevano. Trattare il tema dell’Olocausto in forma romanzata è stato fino ai giorni nostri uno dei grandi tabù letterari; Primo Levi stesso parlava dell’impossibilità di una letteratura dell’Olocausto, poiché solo i reduci potevano comprenderne l’atrocità al punto di scriverne e non per scopi letterari, bensì per rammentare. Oggigiorno però, quando gran parte dei sopravvissuti sono ormai morti, ci si domanda più che mai come tenere viva la memoria di ciò che è successo più di settantanni fa. Majgull Axelsson ribadisce quanto sia assolutamente necessario continuare a ricordare e sostiene che tocchi ormai ai romanzieri prendere il testimone e continuare a raccontare queste storie.

di Sara Strabla

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