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La rocha magna di Palazzolo sull’Oglio, di Francesco Ghidotti

L’attuale castello, denominato”rocha magna” nei secoli passati, faceva parte dell’insieme delle fortificazioni che cingevano il “castrum palatioli”, coi due nuclei fortificati di Palazzolo e di Mura, dotati l’uno della “rocha magna” e l’altro della “rocha parva” o rocchetta. Probabilmente intorno all’area del castello si sarebbe sviluppato il primo nucleo abitato della nostra città.

Queste fortificazioni facevano parte del sistema difensivo dell’Oglio e sono sorte a protezione del confine e del passaggio sul fiume, nel periodo longobardo-carolingio; hanno avuto la massima espansione nella seconda metà del XIII° secolo. Dopo il 1192, epoca dell’unificazione dei due nuclei urbani nel Comune di Palazzolo, diminuisce l’importanza della rocchetta di Mura e cresce quella della rocca di Palazzolo. Continua a leggere

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Svegliarsi alle sei, di Francesco Ghidotti

Anche stamattina, dopo una notte tribolata, chiamata alle 2,15 da parte di una parente che stava male, la sveglia è suonata, si fa per dire, alle 6,20.

Da quando il Bono Carrara arrivava in bici a casa mia, appunto alle 6,15 per avviarci a Bergamo, méta il liceo scientifico con inizio lezioni alle 8,30, le sei e un quarto erano il mio orario d’inizio giornata. Le lezioni terminavano alle 12,40 arrivo a casa per le 14.

Le alzatacce

Dall’autunno del 1945 alzatacce alle quattro del mattino. Era il primo dopoguerra: il ponte ferroviario era ancora inagibile per i bombardamenti. Il convoglio si formava a Cividino. Una fila di carri bestiame, noi studenti mescolati agli operai , che per le sei dovevano entrare al lavoro a Milano. Inverni con neve oltre i 50 centimetri. Mio padre con mantellina grigioverde mi accompagnava , non avevo ancora 14 anni, alla partenza.

Si arrivava a Bergamo che era ancora notte. Sosta nelle sale d’aspetto con Peppino Giusi, che si recava a Milano in università: ciò rendeva l’inizio di giornata diverso: con le sue barzellette fulminanti ,vietato addormentarsi. Operazione rinviata alla prima ora di lezione. ”Voi di Palazzolo, cosa fate lìnei banchi ? Dormite?” “Quasi professore!”.

Colla ricostruzione del ponte, il convoglio proveniente da Brescia, ripartiva da Palazzolo per Bergamo alle 7,10. Via da casa alle 6,30. A piedi si finiva per ritrovarsi in un bel gruppetto sulla via verso la stazione. La nonna Menica era già sulla discesa delle case operaie, si avviava per la messa prima in parrocchia. Sempre in nero.

Anche la prima incursione aerea alle 6,30 del mattino del 23 luglio 1944.

Francesco

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Nel XVII secolo il consiglio comunale prende provvedimenti in favore della scuola, di Francesco Ghidotti

Nel XVII secolo il consiglio comunale prende provvedimenti in favore della scuola

 

Palazzolo. Siamo negli anni precedenti lo scoppio della peste (1630-1631).

Il consiglio comunale il 31 dicembre 1625 “con voti 24 affermativi e 7 contrari  deliberava che fosse riconosciuta al maestro rev. don Francesco Tura, l’esenzione dalla tasse personali per incoraggiarlo a prendere la residenza in Palazzolo “acciò gli accresca l’animo di meglio insegnare agli figlioli che vi saranno mandati”.  In buona sostanza, aprisse una scuola per i nostri fanciulli.

Non solo i bambini di Palazzolo, ma anche dei paesi vicini seguivano le lezioni di don Francesco se dobbiamo prestare fede a ciò che leggiamo nel tariffario  del pedaggio sul ponte dell’Oglio del dicembre 1666  in cui si prescrive che “non  si debba far pagare detto pedaggio alli scolari che vengono ad imparar in questa terra, tanto Bergamaschi et di qualunque luogo siano”, e che l’appaltatore  “debba quelli lasciar  transitar liberamente et gratis”.

L’esenzione riservata agli scolari  provenienti dal  bergamasco  mi induce a pensare che il locale scolastico di don Tura si trovasse in Piazza: se fosse stato a Mura  gli scolari bergamaschi non avrebbero dovuto attraversare il ponte romano. E non sarebbe stato necessario invocare per loro l’esenzione del pedaggio.

Mi piace immaginare gli scolari  che a fine lezione, mescolati al traffico  delle ore di punta,  si rifugiano nei lunetti , ricavati sopra le spallette dei piloni, al sopraggiungere della diligenza del postale o al sopravvenire di  squadroni di militari a cavallo,  accompagnati  dalla salmerie e  richiamati al passo dal suono del trombettiere.  O riuniti in piccoli gruppi in attesa del carretto con un parente che tornava dal mercato del mercoledì e che li  avrebbe raccolti e riportata alle loro case.

 

di Francesco Ghidotti

 

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Tre anniversari. Un unico protagonista: don Ferdinando Cremona

1886, inizio della costruzione del Santuario della Madonna di Lourdes-1896, voto solenne per l’erezione del Ricovero per i vecchi operai-1916, morte del parroco don Cremona

Breve premessa
Una nota conservata nell’archivio delle suore di Castelletto di Brenzone ci ricorda che “ai 21 di ottobre del 1888 si consacrava il Santuario ove si portò in processione la statua della Madonna per collocarla sul suo altare di legno indorato; dopo tre o quattro anni si sgrandì il tempio e nel 1896 si fece voto solenne innante all’altare di Nostra Signora di Lourdes di erigere una Piccola Casa di Provvidenza per ricovero dei poveri vecchi. Anche questa idea fu ben accolta dal popolo; il parroco Cremona acquistò un locale tutto derocato attiguo al Santuario dal nobile dott. Gaetano Palazzi e, con le offerte del popolo e con le sue rendite, fece fabbricare la casa ed ai 21 d’aprile del 1899, ne faceva l’apertura mettendovi a capo una povera figlia di Sant’Angela: Sala Elisabetta, che mendicando un mobile qui, un utensile di là, arrivò a mobigliare alla meglio possibile la casa e furono accolti i primi vecchi”.

L’idea di realizzare una Casa della Provvidenza, era maturata nel cuore del parroco dopo aver visitato a Como un simile l’istituto creato da don Guanella. Sulla facciata dell’edificio, campeggiava la scritta : Ospizio Cremona ricovero dei vecchi. Anziani che si assistevano reciprocamente. Ogni nuovo ricoverato portava nella casa il suo letto con relative suppellettili per sentirsi come a casa sua. Tale era il clima che le due figlie di Sant’Orsola, Sala Elisabetta e Gorini Giustina, avevano instaurato nel neonato istituto. Quando il numero degli ospiti crebbe fu necessario affidare il governo alle suore della Sacra Famiglia di Castelletto di Brenzone. Nel 1920 il ricovero ottenne il riconoscimento di Ente morale.

Negli anni seguenti gli amministratori scelsero una nuova sede: il Palazzo dei conti Foresti, passato in proprietà ai Gasparini discendenti dell’ing.Pietro, altra figura di cattolico esemplare. Dal 1950 l’ospizio Cremona ebbe sede nella nuova casa in Via Britannici a Mura. Il 21 agosto 1916, muore l’arciprete don Cremona. Egli aveva espresso per iscritto il desiderio di essere sepolto ai piedi dell’altare della Madonna in Santuario. Ma quell’ultimo desiderio non potè essere accolto e don Ferdinando fu tumulato nell’antica Cappella dei Sacerdoti, demolita nell’ampliamento del camposanto del 1928. Fu anzi chiuso l’accesso alla sala dove si trovavano le urne dei preti , compresa la tomba di don Cremona. E vi fu collocata la statua bronzea della Pietà dello scultore Siccardi. In vista del centenario della morte, Don Bregoli con la collaborazione di Gianmaria Vezzoli, individuò le urne con dei bussolotti che recavano scritti, dalla mano di mio padre Michele, i nomi di don Andrea Derada, don Giuseppe Bettinelli, don Lelio Conti e don Ferdinando Cremona. Si sarebbe potuto finalmente esaudire il suo desiderio di riposare in Santuario.

Provvisoriamente le spoglie del parroco don Cremona riposano nell’ossario della Cappella dei Sacerdoti.

Francesco Ghidotti

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La banda, la mongolfiera e i concerti in Piazza – di Francesco Ghidotti

Una sera dell’estate 1776

Il cronista racconta

“Una compagnia comica, mantenuta da un venditore di rimedi, faceva la Commedia in Piazza del mercato. Vi era un grande concorso di gente, anche di forestieri. Una sera di maggior folla, per alcune parole di un ubriaco vicino al palco dei comici, nacque un subitaneo spavento di tutti gli spettatori . I vicini al palco e gli altri lontani, facendosi spavento ed apprensione gli uni cogli altri , si diedero a fuggire rovinosamente senza motivo, andando a precipizio per le strade. Molti a nascondersi in luoghi remoti, credendo ciascheduno seguita fosse qualche rissa. Anche quelli che avevano veduto e sentito il goffo ubriaco che aveva data occasione a tutto questo spavento. Quegli stessi che non avevano voluto fuggire, erano trasportati dalla folla. A riserva però di un po’ di paura, di alcune seggiole fracassate, ed alcune scarpe, cappelli ed altre robbe femminili perdute e ben presto ritrovate, non vi fu altro di male”.

 

I concerti in Piazza

Virgilio Bianchi, figlio di Giovanni Battista, nato nel 1822, crea nel 1846 un complesso “filarmonico”con regolare scuola di musica, ospitato nella sua casa a Mura, in contrada di S.Giovanni. Nel 1852 chiede all’autorità provinciale di trasformare la sua scuola in una “ società”. Dopo non pochi dinieghi, nel 1853 costituisce la “Società filarmonica” che tiene concerti sulla pubblica Piazza. Società che nel 1863, si trasformerà in “Banda degli operai” e, più tardi, sarà finanziata dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso,con sede in Piazza del Mercato. Una immagine del corpo bandistico scattata nel 1885 nel cortile di Palazzo Muzio, mostra i 39 musicanti colla nuova divisa con la famosa ” sciaboletta” , protagonista involontaria di una contesa con i gendarmi austriaci di Riva di Trento, raccontata da Colombo Svanetti a Paolo Gentile Lanfranchi e ripresa nel volume “Questa mia Palazzolo” .

In Piazza suona la banda

Dalle pagine del volume del Lanfranchi è possibile seguire la Banda in uno dei concerti che si tenevano in Piazza. Il Bassià racconta all’amico Ponta che non c’era bisogno di mettere degli avvisi, i Palazzolesi capivano che la sera di domenica ci sarebbe stato il concerto della perché di buon mattino si vedevano in giro i “sunadur con le braghe celestine con tat de riga bianca”.
In Piazza erano sistemati dei banconi di legno che formavano un palco a semicerchio, e i ragazzini vi salivano, come fosse una giostra. D’estate era noto che ogni quindici giorni la Banda “la sunaa ‘n piasa”. Bisognava levar tanto di cappello alla nostra Banda che, quando ti faceva sentire la Traviata, il Trovatore, il Rigoletto, “ci faceva venire il magone”. Anche se non tutti erano intenditori, la Piazza si riempiva di gente, che usciva dalle case e dalle contrade per ritrovarsi , come succedeva quando arrivavano le giostre.
C’erano delle serate in cui, negli intervalli fra un pezzo e l’altro, si esibivano acrobati , giocolieri, che strappavano applausi.Dopo la marcia finale, si sentiva Solfero che chiedeva un :” In,..Ino Vecio..”. Altri come Maggi, Curat, Pulusella, Passani e altri vecchi garibaldini reduci delle patrie battaglie, si aspettavano l’Inno di Garibaldi e “sol posol de Giovanini drogher “ si accendevano dei bengala rossi e verdi. E la gente sciamava cantando “ Va fuori d’Italia..,va fuori stranier “.

ALL’INIZIO DEL NOVECENTO

La mongolfiera si alza in Piazza

In una serata con concerto della banda, si accompagnò l’ascesa in pallone. Il sacco era tenuto fermo con delle funi sopra un capace fornello a legna costruito con mattoni nel mezzo della Piazza. Per gonfiarlo con l’aria calda servivano un paio d’ore. L’operazione si svolgeva fra il vociare della gente, fra una marcetta e l’altra. Quando tutto aveva funzionato a dovere il pallone , momentaneamente trattenuto da una dozzina di spettatori , veniva mollato al grido: “Via tutti”. Il pallone si alzava impetuosamente, trascinandosi dietro trapezio e acrobata. Quel giorno, al momento in cui l‘acrobata si staccava dal suolo, si è visto penzolare dal trapezio anche un giovanotto. La ragazza lanciò un grido di aiuto. La mongolfiera, appesantita dal nuovo arrivato, non potè innalzarsi velocemente e andò ad agganciare la gronda del tetto della casa vicina e fu trattenuta dal trapezio con ragazza e giovinotto. Il recupero fu facile ma lo spettacolo fu subito sospeso per lo spavento della giovane.

Era successo che un intraprendente giovanotto del paese, nei giorni precedenti l’ascensione si era invaghito della bella figlia del Baronio e, per darle prova del suo ardente amore, aveva deciso di seguirla nell’avventura pericolosa e spettacolare che la fantasia aveva trasformato in una gita di piacere in pallone colla bella Baronio.

Così riferisce il testimonio oculare Paolo Gentile Lanfranchi che ne scrisse sul volume “Questa mia Palazzolo”

di Francesco Ghidotti

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Palazzolo 1700: ecco gli ordini del Podestà, di Francesco Ghidotti

Ordini dati dal podestà di Palazzolo e della sua Quadra nel 1690

Il prossimo Primo Maggio è in programma l’annuale pranzo in Piazza Roma con contorno di musica e folclore. Anticipo uno scritto del secolo XVII° che si presta ad alcuni confronti colla vita odierna della Piazza.

Dalla residenza del Podestà, situata nel Palazzo Comunale, adiacente la piazzetta dove sorgeva il battistero di San Giovanni Battista, chiamata Piazzetta inferiore, si poteva osservare quanto accadeva nella Platea Magna, sive Mercati. Emergono sprazzi di vita vissuta nel centro storico alla fine del XVII° secolo. Offro quindi una rilettura, con linguaggio moderno, di alcuni degli articoli del proclama del podestà Longhena del 17 settembre 1690, omettendo i meno significativi.

Secondo

Proibisce il giocar alle carte, e ai dadi in pubblico nei giorni festivi di precetto e di voto, mentre si celebrano i divini uffici, come anche il giocare alla balla davanti alla porta della chiesa parrocchiale in qualunque giorno tanto festivo, come feriale in pena de lire dieci, plt., sotto la qual pena siano sottoposti ancora li fettari, lasciando giocar le fette al tornello ovvero alle carte, e ai dadi, come anche ad altre persone che dessero ricetto a giocatori in tali giorni festivi e in tempo dei divini uffici soprattutto nel tempo della Dottrina Cristiana, la qual pena sia divisa et applicata come sopra.

Quinto

Che i mercanti, i bottegai e coloro che vendono robe mercantili non possano vendere nelle feste di precetto e voto della terra di Palazzolo, ma debbano tener chiuse le loro botteghe e sia lecito solamente agli speziali, ai prestinari e a coloro che vendono robbe mangiative e necessarie per il quotidiano vivere, ai quali pure resta proibito il vendere robbe da brazzo o d’altra natura salvo le robbe mangiative, et ciò in pena di lire dieci plt. per cadauno contrafaciente et per cadauna volta et nella qual pena incorrano pure tutte quelle persone forestiere che portano grassine et altre robbe mangiative per venderle in questa terra, vendendo quelle nel tempo in cui si celebrano li divini uffici.

Sesto

Che nessun bottegaro o rivenditore possa comperar robbe, ne grassine o frutti di sorte alcuna, che fossero portati in questa terra da forestieri per comodo degli abitanti, se prima non saranno state esposte in vendita in pubblico e sopra la Piazza, la mattina sino all’ora di nona e venendo portate il dopopranzo debbano starvi sin alle ore ventidue in pena de lire dieci plt. ai compratori, e perdita della robba che fosse comperata contravvenendo il presente ordine, nella qual pena incorrano pure le medesime persone forestiere che portassero grassine, pesce, e altre robbe mangiative di qualunque genere nessuna eccettuata per venderle in questa terra tenendole in casa di osti, bottegai per venderle in detti luoghi ma debbano portarle sopra la Piazza Grande, e in altri luoghi pubblici di questa terra di modo che possano esser vedute agli abitanti per poterne comprare per loro uso in pena come sopra oltre la perdita della robba.

Settimo

Che i polatini, quali capitano in questa terra per comperar pollame, uova, o altro non possano comperarne assolutamente se prima li venditori di ciò non avranno portati quei pollami et altro sopra la Piazza di questa terra per venderli et essersi fermati per almeno due ore, scegliendo per ciò i giorni di mercoledì e di sabato in pena di lire dieci plt. da applicarsi come sopra per ogni volta e della perdita anche di dette robe.

Ottavo

Che i pescatori, che portano pesce in questa terra, siano obbligati, prima che possano venderne ad alcuno, di portarsi dal Podestà per veder se ne volesse comperar per il suo uso, sotto pena di lire cinque plt.oltre la perdita della roba.

Nono

Che i mugnai non possano macinar i grani nè condur molendini nei giorni festivi di precetto e voto, se non , dopo le ore 22 avuta però prima licenza dal molto rev.do Mons. Arciprete et da Podestà stesso, in pena de lire cinque plt. per ogni volta e per ogni persona che avrà disobbedito al presente ordine, nella qual pena incorrano pure i carrettieri, cavalcanti, mulattieri e somezanti di questa Quadra podestarile, quali si fanno lecito condur mercanzie, biade e vini nei detti giorni di precetto e voto, e mentre si celebrano li divini uffici transitando per mezzo di questa terra con strepito, come pure li lavoranti sia di questa terra come dei paesi della Quadra che fossero ritrovati a lavorar in simili giorni festivi senza espressa licenza del molto Rev. Mons. Arciprete e del sig.Podestà la qual pena gli sia immediatamente applicata per la metà all’accusatore o ministro e per l’altra metà alla chiesa parrocchiale della terra di Palazzolo.

a cura di Francesco Ghidotti